La guerra civile siriana

Il 15 marzo 2013 il conflitto in Siria è entrato nel suo terzo anno. Quella che due anni fa era cominciata come una protesta pacifica sull’onda delle altre primavere arabe nella regione per chiedere più diritti e libertà al presidente Bashar al Assad, si è trasformata nel giro di pochi mesi in una guerra civile.

 


1. Il Paese

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Siria

La Siria, unico paese ad avere ancora al potere il partito arabo socialista Baath, è governato dalla famiglia Assad dal 1970, data in cui Hafez Al-Assad, un generale originario della zona alawita di Lattakia, riesce a imporre un colpo si stato e a prendere il potere in un Paese che era allo sbando politico ed economico. Durante il regime di Hafez non mancano proteste e feroci ritorsioni contro le opposizioni. Ad Hama l’aviazione siriana è responsabile nel 1982 di un bombardamento della città, roccaforte di un gruppo di rivoltosi (la Fratellanza Musulmana), che costa la vita a circa 20.000 persone. Rifat Al-Assad, fratello del presidente e generale, è esiliato a causa delle sue sospette attività anti-regime che minano alla sicurezza dell’apparato politico-istituzionale messo in piedi da Hafez al-Assad. Alla morte di Hafez, nel 2000, gli succede (forse a malincuore, il “prescelto” era il figlio maggiore Basil, morto in un incidente stradale) il suo secondo figlio, Bashar.

Bashar aveva studiato e vissuto per anni a Londra e la sua scelta sembra una soluzione forzata, data anche l’inesperienza non solo della Siria, ma anche del ruolo politico. In undici anni di “regime” Bashar si è mostrato un uomo fermo e capace di modernizzare la Siria. Il lato oscuro della medaglia è anche per lui la mancanza di libertà che impone al Paese: le opposizioni, i blogger e i pochissimi giornalisti “liberi” sono fatti tacere e rinchiusi nella prigione politica di Tadmor (nei pressi della città romana di Palmira), già sotto osservazione da parte del tribunale dei diritti civili dell’uomo.

L’apparato appena descritto funzionava perfettamente ma da febbraio 2011 tutto ha cominciato a traballare e senza alcun colpo di stato o ingerenza esterna. La causa scatenante è stata il desiderio dei cittadini di avere maggiori libertà e giustizia, e le proteste, prima contro la legge speciale di emergenza del 1963 (divieto di manifestazioni di dissenso), poi in generale contro il regime, si sono espanse a macchia d’olio in tutto il Paese fino a trasformarsi in una guerra civile.

2. Le proteste

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I primi momenti di tensione risalgono all’inizio del 2011 quando Hasan Ali Akleh, un cittadino siriano di Al-Hasakah, si da fuoco, proprio come il tunisino Mohamed Bouazizi. Le dimostrazioni di piazza che seguono sono di natura timida tanto che Al Jazeera etichetta la Siria come il regno del silenzio. Al contrario le forze di sicurezza iniziano subito ad agire con dura e violenta fermezza, arrestando decine di manifestanti e disperdendo le folle con l’uso di bastoni e armi.

La protesta che segna il giro di boa è quella del 15 marzo 2011 quando contemporaneamente in diverse città i manifestanti scendono in strada per urlare il proprio malcontento verso il governo siariano e verso Assad. L’epicentro della nascente insurrezione è la città di Dar’a, città di confine già sfiancata dall’arrivo di tantissimi profughi interni, scappati dalle regioni di origini a causa di una forte siccità. Il 25 marzo 100.000 persone marciano per Dar’a e durante la giornata 70 persone perdono la vita. Alla fine del mese sembra che il governo sia disposto a fare delle concessioni ai manifestanti (annunciando il rilascio di 200 prigionieri politici) ma questo atteggiamento si rivela essere una precisa scelta politica che combina una durissima repressione a limitate e sempre tardive concessioni. Nel mese di aprile 2011 gli scontri diventano via via più violenti e diffusi nelle diverse parti del Paese. Dar’a, Baniyas, Al-Qamishji, Homs, Douma e Harasta (periferia di Damasco) conoscono giornate di proteste, scontri e morti. Il confine con la Giordania viene chiuso e si registrano le prime defezioni all’interno delle forze di sicurezza.  

3. La guerra civile

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Il 29 luglio 2011 un gruppo di ex ufficiali annuncia la formazione dell’Esercito Siriano Libero (FSA), composto da disertori delle forze armate siriane e da civili volontari, uniti nella volontà di rimuovere il Bashar al-Assad e il suo governo.
Durante tutta l’estate 2011 gli scontri continuano, coinvolgendo numerose città ma in misura minima Aleppo e Damasco che continuano a essere le roccaforti del sostegno di Al-Assad. Il numero dei morti cresce di giorno in giorno, in città come Dar’a viene tagliata l’elettricità e l’acqua e le forze di sicurezze iniziano a requisire beni di prima necessità come la farina. Vi è un massiccio utilizzo di carri armati che occupano letteralmente le città siriane, sempre più persone vengono incarcerate e sempre più persone cercano la salvezza passando i confini di di Giordania e di Turchia. Durante l’autunno il FSA inizia a scontrarsi in diversi punti del Paese con l’esercito regolare. Il 23 dicembre 2011 due attacchi suicidi colpiscono il cuore di Damasco, il governo denuncia che dietro le bombe c’è al-Qaeda e non la popolazione civile. 

 

Immagini dalle città siriane bombardate

Il primo febbraio 2012 Riad al-Assad, comandante del FSA, annuncia che metà del territorio siriano non è più sotto il controllo del governo e per questo l’unica risposta che l’esercito riesce a dare è quella di un bombardamento indiscriminato che colpisce la popolazione civile. Il 25 maggio 2012, in due villaggi controllati dalle forze di opposizione, si consuma il massacro di Houla dove sono uccise 108 persone, di cui 34 donne e 48 bambini. I responsabili della carneficina sono i membri della Shabiha, gruppo paramilitare al servizio di Al-Assad. Le conseguenze del massacro non tardano a farsi sentire e la Siria entra nella fase più cruenta del conflitto civile che la insanguina da più di un anno. Il FSA lancia un ultimatum al governo e porta lo scontro con l’esercito in tutto il Paese. Di fatto la tregua che Kofi Annan aveva cercato di imporre con il suo piano di pace collassa completamente.

Con l’arrivo dell’estate 2012 anche Damasco e Aleppo sono coinvolte attivamente negli scontri, segnale forte dell’indebolimento dell’alleanza fra Al-Assad e la popolazione delle due città. Da metà luglio è Aleppo la città che vive la situazione più drammatica, schiacciata fra il FSA e l’esercito regolare che si prepara a lanciare una vera e propria offensiva utilizzando elicotteri e cacciabombardieri per colpire le posizioni dei ribelli. Il 2 agosto 2012 l’aeroporto di Menagh, a 30 km da Aleppo e base dell’aviazione siriana, è attaccato dal FSA. Il 6 agosto 2012 il primo ministro siriano Riad Farid Hijab diserta e fugge in Giordania. In un comunicato da Amman dichiara che in Siria è in atto un genocidio e che preferisce lottare con i ribelli piuttosto di appoggiare i massacri perpetrati contro i cittadini disarmati

A fine estate 2012 la situazione generale non è cambiata: il regime di Al-Assad continua a restare al potere nonostante le sanzioni, sempre più pesanti, inflitte dall’UE, il FSA controlla buona parte del Paese ma si scontra con la scarsa capacità militare e soprattutto con la dipendenza dalla Turchia per il rifornimento delle armi.
E’ proprio sul confine turco-siriano che si inasprisce il conflitto a inizio autunno 2012 tanto che Ankara in ottobre autorizza la richiesta, presentata dal governo Erdogan, di avere il via libera per effettuare operazioni militari turche in Siria. I colpi di mortaio da parte siriana causano la morte di diversi civili e la Turchia risponde alzando il livello dello scontro armato. L’escalation di violenza preoccupa la comunità internazionale che invita alla moderazione. Dal canto suo, il vicepremier turco Besir Atalay ha assicurato che la Turchia non vuole una guerra con la Siria e il via libera deciso dal Parlamento per possibili operazioni militari oltre le frontiere nazionali ha un carattere dissuasivo e precisa: “Non è una mozione per la guerra”.

A inizio novembre 2012 l’Onu mette sotto accusa i ribelli siriani a causa di un video caricato su YouTube che riprende gli ultimi momenti di vita di una decina di prigionieri. I prigionieri, ammucchiati fra i calcinacci di un edificio a Saraqeb, nel nord della Siria, sono proni a terra, feriti, alcuni schiacciati contro le pareti, indossano abiti civili e nonostante le suppliche vengono fucilati con una serie di scariche. Amnesty International denuncia che «questo scioccante filmato raffigura un potenziale crimine di guerra». Le immagini delle esecuzioni sommarie dei prigionieri dell’esercito di Damasco da parte dei rivoluzionari sono probabilmente da mettere in rapporto con le dichiarazioni dei gruppi salafiti armati, sempre più numerosi tra gli insorti siriani. 

  Ultimo aggiornamento Martedì, 17 Settembre 2013 11:00  
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Commenti

marialuisa POLAR 13-11-2012, 20:13

ho visitato la Siria tre volte . Credetemi questo é i l paese più bello del mondo. la culla della civiltà. evidentemente la civiltà é finita. Aiutatelo!

Rispondi
david 24-08-2013, 20:49

Gli Usa dovrebbero intervenire subito.

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luca 16-12-2013, 16:35

vi voglio bene resistete!!!!!!!!!!

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