i rifugiati traslocati in una comunità
Dietro l’attuale sfavillio di luci, una storia di abbandono della struttura: dei 70 afgani che l’avevano trasformata in ricovero 40 vivono adesso a «Il Faro»
ROMA – Le luci scintillanti e il successo di «Eataly» hanno fatto in questi giorni dimenticare i vent’anni di abbandono del terminal Ostiense. Perché l’edificio dalle grandi arcate, progettato dall’architetto italo-spagnolo Julio Lafuente e costruito per i Mondiali di calcio del 1990, finite le partite è rimasto per anni e anni nel degrado, senza più alcuna funzione. Si era parlato di portarvi gli uffici «Relazioni con il pubblico» di Campidoglio 2 e di altre attività, ma solo adesso le strutture sono tornate ad essere illuminate e le grandi vetrate ricostruite. Nell’abbandono il terminal è stato per un decennio la dimora di rifugiati, soprattutto dall’Afghanistan, che vi hanno vissuto in condizione estremamente precarie. Una settantina di afgani che una volta sgombrato l’edificio, grazie ad un accordo con il centro Astalli, sono riusciti a trovare accoglienza alla fondazione «Il Faro»: e 40 di loro vi vivono tutt’ora.
UNA CASA PER I SENZATETTO – «Furono mandati qui – racconta il direttore Gianni Del Bufalo – per un accordo fra la fondazione e il centro Astalli, che l’aveva a sua volta stipulato con il Campidoglio. La soluzione trovata è che noi offriamo l’accoglienza per dormire e la prima colazione; il centro Astalli la cena e l’assistenza notturna in caso abbiano bisogno di aiuto». Sono da tanto tempo in Italia, ma non per tutti c’è ancora un lavoro stabile.
«Tra di loro c’è un certo turn-over – aggiunge Gianni Del Bufalo – e molti di loro durante il giorno riescono a lavorare: qualcuno ha un’attività anche abbastanza continua nei mercati, soprattutto per il carico e lo scarico delle merci. Altri hanno piccole possibilità di commercio ambulante, e qualcuno riesce a lavorare nei cantieri edili o come giardiniere». Qualcuno di loro ha seguito anche i corsi professionali della fondazione: «Come afgani adorano la pizza – racconta il direttore – e quindi hanno frequentato soprattutto corsi alimentari, tranne qualche eccezione come aiuto -parrucchiere».
CORSI PER TUTTI – La fondazione «Il Faro», nata per volontà di Susanna Agnelli nel 1997 e in piena attività dall’anno 2000, è in via Virginia Agnelli, nel grande stabile che prima era una scuola per infermiere e che poi è stato donato dalla stessa famiglia Agnelli alla Croce Rossa: la fondazione vi è in comodato d’uso e l’obiettivo ideato dalla sua fondatrice è quello di «insegnare un mestiere a giovani in difficoltà, consentendo loro di acquisire capacità professionali spendibili sul mercato del lavoro o nell’ambito dell’artigianato e dell’auto-imprenditoria». Oggi a proseguire l’attività della fondazione sono soprattutto i due figli di «Suni», Samaritana e Lupo Rattazzi.
AIUTI PRIVATI E DELLA CDC – «’Il Faro’ va avanti – racconta ancora Gianni Del Bufalo – con un contributo economico della famiglia Rattazzi e con l’aiuto di alcuni sostenitori privati e della Camera di commercio. Mediamente si hanno almeno 17 corsi l’anno e formiamo circa 200 persone, non solo extracomunitari: gli immigrati sono il 90 per cento, ma vi sono anche italiani perché, come dice lo statuto, i corsi sono aperti a tutti i giovani in difficoltà».
ELETTRICISTI E ACCONCIATORI – Corsi importanti per la loro integrazione: «Circa il 40 per cento dei ragazzi che hanno il nostro ‘diploma’, un’eccellenza di base di alta qualità per un mestiere, trovano abbastanza facilmente lavoro. Una media decisamente alta». I ragazzi imparano a diventare elettricisti o idraulici, baristi, cuochi, cameriere, falegnami e acconciatori… «E sono sempre felicissimi, perché sanno che è una svolta per la loro vita – conclude Del Bufalo – e ci ringraziano per aver dato loro la carica, la fiducia in sé stessi e il coraggio di ripartire».
Lilli Garrone
a cura di Roberto Gramola
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