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Accoglienza. Guida all’asilo politico.

Procedure, iter burocratici, moduli e modelli, tempistiche e scadenze: il percorso di un richiedente asilo in Italia risulta più complesso sulla carta che nella realtà effettiva dei fatti. In questo ambito si traccerà una guida generale, di mero carattere burocratico-amministrativo, volta a descrivere i passaggi obbligati a cui si trova di fronte il richiedente asilo sul suolo italiano. Fondamentale ricordare che non esistendo una normativa unica sul rifugio i passaggi qui descritti possono leggermente variare da Questura a Questura o da ente a ente. Essenzialmente la domanda d’asilo è compresa fra quattro momenti:

  1. la domanda d’asilo presso la Polizia di Frontiera o una Questura italiana;
  2. il foto segnalamento e la compilazione del modello C3 presso la Polizia di Frontiera o la Questura italiana in cui si è inoltrata la domanda;
  3. l’audizione presso la Commissione Territoriale di competenza, organo preposto al riconoscimento o diniego della domanda d’asilo;
  4. l’acquisizione della decisione della Commissione Territoriale.

Ognuno di questi quattro momenti non è a se stante ma correlato agli altri dalla Questura che prende in carico la domanda d’asilo e che deve seguire il richiedente fino al momento della acquisizione della decisione. Cioè è la Questura che deve garantire il collegamento fra il richiedente e la Commissione Territoriale, garantire che il richiedente sia debitamente informato dei suoi diritti e dei suoi doveri, fissare le date e gli appuntamenti affinché il richiedente possa concludere con successo l’iter di domanda in Italia.

  

1. Che cosa deve fare un richiedente asilo?

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Essere veloce e porsi una domanda.

La velocità concerne il tempo massimo per cui si può fare domanda d’asilo [1] e ottenere, presumibilmente, un posto di accoglienza SPRAR senza dover transitare nei centri per stranieri. Il tempo massimo è fissato in 8 giorni lavorativi dall’ingresso in Italia. In questi 8 giorni l’aspirante richiedente asilo deve recarsi nella Questura di competenza o presso la Polizia di Frontiera e avviare tutte le pratiche. Superati tali giorni lo Stato italiano non ritiene più la richiesta d’asilo il motivo principale dell’arrivo in Italia. Fondamentale ricordare che in Italia non esiste nessuna scadenza [2] per fare domanda di asilo, per cui gli 8 giorni succitati sono valevoli solo per l’accesso nel sistema accoglienza e trattenimento. La non tempestività alla procedura, pur non essendo motivo ostativo alla domanda di asilo, rappresenta tuttavia un elemento di valutazione, infatti in sede di merito il richiedente asilo sarà chiamato a dimostrare di aver avuto un giustificato motivo per ritardare la presentazione della domanda.

La domanda è la seguente: posso io Sig. *** fare richiesta d’asilo in Italia? Secondo la legislazione europea, cioè secondo il Regolamento di Dublino II [3], non può essere scelto autonomamente il paese in cui avviare le pratiche d’asilo. Il Regolamento Dublino II [4] stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata, in uno degli Stati membri, da un cittadino di un paese terzo. La competenza di uno Stato è legata a differenti situazioni [5], ad esempio:

  1. se è il primo paese in cui il richiedente è entrato irregolarmente
  2. se è il paese che ha rilasciato un permesso di soggiorno o un visto d’ingresso
  3. se è il paese in cui si trova un familiare che sia già stato riconosciuto rifugiato o che abbia fatto domanda d’asilo
  4. se è il paese in cui si trova un familiare e il richiedente è un minorenne entrato in Europa attraverso un altro paese.

La verifica di competenza dell’Italia, per l’esame della domanda d’asilo, è eseguita dall’Unità Dublino, si tratta di un ufficio appositamente creato presso il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno che prende una decisione in base alle informazioni sul richiedente di cui dispone. Le informazioni sono fornite dalla Polizia che accoglie la richiesta di protezione internazionale. Nel tempo di attesa che occorre all’Unità Dublino per stabilire la competenza o meno dell’Italia la condizione del richiedente non cambia. Infatti lo straniero che si trova nella cosiddetta ‘fase Dublino’ si deve considerare a tutti gli effetti un richiedente asilo e deve avere accesso alle misure di accoglienza stabilite per legge.

2. A chi si rivolge?

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Alla Polizia italiana.

La domanda d’asilo è personale e deve essere fatta o presso la Polizia di frontiera o presso una qualsiasi Questura, nell’ufficio immigrazione. Le due possibilità si legano al momento in cui si avvia la pratica: o al momento di arrivo sul suolo italiano (Polizia di frontiera) oppure successivamente, in un qualsiasi altro tempo, se il richiedente si trova già in Italia (Questura di competenza). La presentazione della domanda d’asilo è automaticamente estesa ai figli minori non coniugati presenti sul territorio italiano.

Normalmente la richiesta d’asilo presso la Polizia prevede due differenti incontri o appuntamenti: il primo in cui viene effettuato il cosiddetto fotosegnalamento e il secondo in cui viene fatto compilare al richiedente il “Modello per il riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra” o Modello C3. Il secondo appuntamento riguarda la verbalizzazione della richiesta dell’asilo politico e sottostà all’articolo 15 del T.U.L.P.S. (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) per cui la non presentazione presso la questura comporta una sanzione amministrativa [6].

Fotosegnalamento

Il fotosegnalamento, presa delle impronte digitali e di fotografie segnaletiche, è previsto dalla legge italiana qualora il richiedente sia entrato senza visto, cioè in maniera irregolare nel territorio dello Stato. In realtà è prassi che ogni richiedente asilo, avente o meno documenti d’identità, sia sottoposto a questa pratica.

Modello C3

Il Modello C3 è il documento che permette la formalizzazione della domanda d’asilo ed è composto da una serie di domande riguardanti:

  1. i dati personali del richiedente (nome, cognome, nazionalità, data di nascita);
  2. dei suoi familiari (dati dei genitori, della moglie/marito, dei figli/e);
  3. il viaggio dal paese d’origine fino all’Italia;
  4. il racconto sintetico dei motivi per cui ha lasciato il paese d’origine.

È possibile aggiungere un foglio con il racconto della storia personale. Il modello C3 può essere scritto nella lingua madre del richiedente o in qualsiasi altra lingua veicolare che permetta la piena espressione. In ogni fase del procedimento, quindi anche successivamente alla stesura del modello C3, il richiedente asilo può inviare memorie e/o documentazione aggiuntiva alla Commissione Territoriale.

All’avvio della pratica corrisponde l’ingresso nel programma d’asilo italiano ovvero la Questura o la Polizia di Frontiera stabiliscono se il neo richiedente asilo rientra in uno dei casi di accoglienza o trattenimento per cui deve essere inviato in un CARA o in un CIE, come delineato nel paragrafo 10 di questa guida. Nel caso non si registrassero gli estremi per un invio in un centro per stranieri (CARA o CIE) il richiedente dovrebbe essere accolto nel sistema SPRAR, come delineato nel paragrafo 7. É la Questura che informa la Prefettura della necessità del reperimento di uno o più posti SPRAR ed è quest’ultima che si carica della responsabilità di inserimento del richiedente. L’insufficienza cronica dei posti SPRAR ha portato Questura e Prefettura a inviare presso i centri per stranieri (CARA e CIE) dei richiedenti asilo non destinabili per norma di legge a queste strutture. Alternativa ai CARA possono anche essere i circuiti di accoglienza come i dormitori, inseriti nei servizi sociali di ogni città e non specifici per i richiedenti asilo. Ultima alternativa può essere la totale assenza di inserimento del richiedente asilo in un qualsiasi progetto al quale deve però essere corrisposta una somma di denaro giornaliera.

3. Che documenti deve mostrare?

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Tutti quelli in possesso.

La Questura chiede al richiedente quali documenti abbia in possesso e ne ritira gli originali consegnando unicamente una copia contrassegnata dal timbro “verbale di consegna”.

Tali documenti possono essere carte d’identità, passaporti, lasciapassare, visti, certificati vari, tessere di partito.

4. Chi gli garantisce un’informativa adeguata al caso?

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I funzionari della Questura hanno l’obbligo di informare il richiedente su tutte le fasi della procedura di domanda d’asilo, quindi sulla tempistica, sui documenti, sui diritti e sui doveri, sui mezzi a disposizione per accedere in piena sicurezza, comprensione e dignità all’iter. Ad esempio nel caso in cui il richiedente avesse difficoltà nell’espressione di sé e della propria vicenda, per motivi personali o semplicemente per analfabetismo, deve essere messo in condizione di potere superarle.

La Questura redige il verbale riportante le dichiarazioni del richiedente (modello C3), allega tutta la documentazione raccolta, e lo sottopone, per avere firma e approvazione, al richiedente a cui deve venire rilasciata, in istanza finale, una copia. Tale dossier personale viene inviato alla Commissione Territoriale di competenza ed è anche il materiale su cui si basa la decisione della stessa nel caso in cui il richiedente non si presenti all’audizione senza un giustificato motivo.

Qualsiasi comunicazione inerente la domanda d’asilo (come per esempio le convocazioni e le decisioni prese dalla Commissione Territoriale, la richiesta di documentazione ulteriore, il trasferimento in un altro paese e così via) deve essere fatte nella lingua del richiedente asilo e qualora non fosse possibile in una lingua veicolare indicata come preferenza fra inglese, francese, spagnolo e arabo dal richiedente.

5. Quanto deve attendere?

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In Italia non è possibile stabilire una tempistica unica.

Prima della creazione delle Commissioni Territoriali le tempistiche italiane avevano raggiunto tempi record e cioè sfioravano i due anni di attesa per ogni domanda d’asilo. Ciò significava che per due anni chi faceva domanda non aveva diritto di lavorare e di iniziare un processo di integrazione nel tessuto sociale di accoglienza. Era consuetudine che arrivato il giorno dell’audizione ben pochi si presentassero davanti alla Commissione Unica avente sede a Roma.

Dal 2008 esistono dieci Commissioni Territoriali e i tempi si sono ridotti drasticamente fino ad arrivare al mese e mezzo (ma solo nei casi migliori) per essere auditi dalle Commissioni Territoriali e alla settimana per ottenere conoscenza della decisione finale. In realtà la legge italiana stabilisce che l’audizione si svolga entro 30 giorni dalla presentazione della domanda e che la Commissione Territoriale decida nei 3 giorni successivi.

Normalmente la tempistica per chi si presenta autonomamente presso una Questura italiana è così suddivisa [7]:

fase 1 – la Questura prede in carico la domanda d’asilo fissando un appuntamento con il richiedente per l’espletamento dell’iter burocratico, finalizzato all’identificazione (fotosegnalamento e modello C3): appuntamento a una settimana o dieci giorni;

fase 2 – la Questura fissa l’audizione presso la Commissione Territoriale, a seconda del calendario della stessa, e informa il richiedente con una comunicazione scritta: appuntamento a due o tre settimane;

fase 3 – la Questura contatta il richiedente e fissa un appuntamento per la consegna del verdetto della Commissione Territoriale.

6. Che cos’è e cosa fa la Commissione Territoriale?

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Il nome per esteso è Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e si tratta di un organismo nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro dell’Interno. È composta da 4 membri:

  • 1 rappresentante della carriera prefettizia, con funzioni di presidente,
  • 1 funzionario della Polizia di Stato,
  • 1 rappresentante di un ente territoriale (comune, provincia, regione facente capo alla sede della Commissione Territoriale),
  • 1 rappresentante dell’UNHCR.

Per ciascun componente sono nominati uno o più supplenti. La carica ha una durata triennale ed è rinnovabile.

Per comprendere questo organismo nella sua veste odierna è necessario ripercorrere brevemente la storia dei suoi antenati. Nel 1952 uno scambio di note fra il Governo italiano e UNHCR aveva fatto nascere la Commissione paritetica di eleggibilità (Cpe), organismo che si doveva occupare del riconoscimento dello status di rifugiato politico in Italia. Questo organismo fu lasciato immutato fino al 1989 quando, con la legge Martelli, furono fatti cessare gli effetti della limitazione geografica e vennero imposti il riordino degli organi e delle procedure per l’esame delle richieste di protezione internazionale. Nacque così la Commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato con sede a Roma trasformata, con la legge Bossi-Fini del 2002, nella Commissione Nazionale per il diritto d’asilo. Con questa stessa legge s’introdusse il decentramento dell’esame delle domande d’asilo con la creazione delle Commissioni Territoriali, prima in numero di 7 e poi dal 2008 innumero di 10 e della Commissione Nazionale [8] avente compiti di coordinamento, formazione periodica dei componenti delle Commissioni Territoriali, di esame per i casi di revoca e cessazione degli status rilasciati in Italia. La stessa Commissione Nazionale avrebbe il compito di redigere un opuscolo informativo ad uso dei richiedenti asilo che deve illustrare le fasi della procedura di asilo, i principali diritti e doveri del richiedente durante la sua permanenza in Italia, le prestazioni sanitarie e la modalità per riceverle, l’indirizzo e il recapito telefonico dell’UNHCR e delle principali organizzazioni di tutela dei richiedenti protezione internazionale [9].

Le dieci Commissioni Territoriali italiane sono:

  • GORIZIA: competenza sulle domande presentate nelle regioni Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino Alto Adige;
  • MILANO: competenza sulle domande presentate nella regione Lombardia;
  • ROMA: competenza sulle domande presentate nelle regioni Lazio, Abruzzo, Sardegna, Marche, Umbria e Toscana [10];
  • FOGGIA: competenza sulle domande presentate nelle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani;
  • SIRACUSA: competenza sulle domande presentate nelle province di Siracusa, Ragusa, Caltanissetta, Catania;
  • CROTONE: competenza sulle domande presentate nelle regioni Calabria e Basilicata;
  • TRAPANI: competenza sulle domande presentate nelle province di Agrigento, Trapani, Palermo, Messina, Enna;
  • BARI: competenza sulle domande presentate nelle province di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto;
  • CASERTA: competenza sulle domande presentate nelle regioni Campania e Molise;
  • TORINO: competenza sulle domande presentate nelle regioni Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna.

Le Commissioni Territoriali hanno il compito di esaminare, valutare e decidere circa le domande d’asilo presentate alle autorità competenti in Italia. Esse sono validamente costituite con la presenza della maggioranza dei componenti e le delibere devono essere fatte con il voto favorevole di almeno tre componenti [11]. In caso di parità prevale sempre il voto del presidente.

Lo strumento utilizzato per valutare e decidere circa le domande d’asilo è l’audizione. Si tratta di un colloquio personale (seduta non pubblica) fra i membri della Commissione Territoriale e il richiedente asilo. Vi sono tuttavia particolari situazioni, previste dalla legge, che ammettono la presenza al colloquio di terze persone, come l’avvocato, nel caso il richiedente ne sia assistito, come il personale di sostegno, nel caso il richiedente sia portatore di particolari esigenze [12] oppure nel caso di minori di uno dei due genitori e in loro assenza del tutore. È possibile chiedere di sostenere l’audizione con un solo membro della Commissione, dello stesso sesso del richiedente.

L’audizione verte sulle stesse domande del modello C3 e cerca di approfondire soprattutto la parte concernente i motivi per cui è stato lasciato il paese d’origine e i motivi per cui non è più possibile (sia per una questione di impossibilità esterna che per motivi di volontà personale) farvi ritorno in condizioni di sicurezza. L’audizione prevede sempre la presenza di un mediatore linguistico che permetta al richiedente di esprimersi nella propria lingua madre.

La Commissione Territoriale prima dell’audizione può:

  1. sottoporre ad un esame prioritario una domanda d’asilo quando essa è da ritenersi palesemente fondata e quando la situazione del richiedente è particolarmente delicata per motivi di vulnerabilità. In questi casi l’asilo è concesso senza che il richiedente debba comparire davanti alla Commissione e sostenere l’audizione. L’esame prioritario è concesso anche ai richiedenti asilo trattenuti nei CIE e sottoposti ad un provvedimento di espulsione. In questi casi la Commissione deve fissare l’audizione entro 7 giorni dalla ricezione della documentazione e adottare una decisione nei successivi 2 giorni.
  2. dichiarare inammissibile una domanda e non proseguire nell’esame quando si tratti di un rifugiato riconosciuto oppure quando ci si trovi davanti ad un diniego che non ha prodotto una nuova documentazione o su cui sussistano fatti innovativi;
  3. decidere di sospendere e di rinviare l’audizione per vari motivi come il reperimento di documentazione, il ritenere che il richiedente non è in grado di sostenere il colloquio oppure perché sussistono problemi di comunicazione con l’interprete.

La Commissione Territoriale deve:

  1. non far trapelare le dichiarazioni rilasciate durante l’audizione dai richiedenti (così come le dichiarazioni fatte in Questura esse sono da ritenersi strettamente personali e pertanto non divulgabili);
  2. esaminare alla luce di notizie precise e aggiornate [13] ogni singolo caso in relazione alla situazione esistente nel paese di origine del richiedente asilo e, dove occorre, nei paesi in cui esso è transitato;
  3. consegnare, a fine audizione, al richiedente una copia, da sottoporre alla sua firma e conseguente accettazione, del verbale dell’audizione;
  4. decidere circa la domanda d’asilo entro i successivi 3 giorni dall’audizione e darne informazione immediata alla Questura che la notificherà al richiedente.

La Commissione Territoriale può decidere di:

  1. riconoscere e concedere lo status di rifugiato politico;
  2. riconoscere e concedere la protezione sussidiaria se ritiene che esista un rischio effettivo di pericolo in caso di ritorno nel paese d’origine;
  3. non riconoscere lo status di rifugiato o di protezione sussidiaria ma ritenere che esistano gravi motivi umanitari per cui chiede alla Questura il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari;
  4. non riconoscere lo status di rifugiato e di conseguenza rigettare la domanda;
  5. rigettare la domanda per manifesta infondatezza quando considera palese l’insussistenza di ogni presupposto per il riconoscimento dello status di rifugiato; ossia quando risulti che si è presentato la domanda al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione di un provvedimento di espulsione o respingimento.

Per i casi di diniego vengono riportati sul provvedimento di decisione, sotto la dicitura ‘nota’, i modi di impugnazione della decisione stessa [14].

7. A quali servizi può accedere?

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Teoricamente al Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Concretamente ben pochi richiedenti riescono ad entrare in questo sistema. Le risorse riferenti a tale servizio sono talmente scarse che, per esempio, nel biennio 2008/2009 sono stati resi disponibili soltanto 3.000 posti ogni sei mesi per far fronte a numeri tre volte maggiori di richieste d’asilo e di domande accettate.

Lo SPRAR venne creato nel 2001 sulla base di un progetto promosso dal Programma Nazionale Asilo (PNA), l’UNHCR e l’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia (ANCI). Trovò poi attuazione nel 2002 tramite la legge Bossi-Fini e venne affidato, tramite apposite convenzioni, all’ANCI. Il sistema è infatti formato dagli enti locali italiani, distribuiti sul territorio, che mettono a disposizione servizi diversi d’accoglienza, di protezione e di integrazione rivolti ai richiedenti asilo e ai rifugiati. Si tratta quindi di un sistema non istituzionalizzato ma basato sull’iniziativa di singole realtà locali come comuni, province, associazioni. L’ANCI ha compiti d’informazione, promozione, consulenza, monitoraggio e supporto tecnico agli enti locali.

L’Italia ha l’obbligo di assicurare ai richiedenti asilo un’adeguata accoglienza, finalizzata a garantire un livello di vita dignitoso e condizioni di vita analoghe in tutti gli Stati membri [15]. Le risorse a cui gli enti locali accedono per poter offrire questo servizio provengono dal Fondo nazionale per le politiche e i servizi d’asilo. La finalità dello SPRAR è garantire un percorso di ‘accoglienza integrata’, che superi la sola distribuzione di vitto e alloggio prevedendo in modo complementare anche misure di orientamento legale e sociale, nonché la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico.

L’accesso allo SPRAR avviene quando ricorrano due condizioni: che il richiedente sia privo delle risorse necessarie al suo mantenimento, ovvero versi in uno stato di indigenza accertato dalla Prefettura e che abbia presentato la domanda d’asilo nel termine di 8 giorni dall’ingresso nel territorio italiano [16]. Per i richiedenti ammessi all’accoglienza la Commissione Territoriale incaricata dell’esame della domanda è quella competente per il territorio in cui essi sono ospitati. L’accoglienza nello SPRAR può essere revocata in una serie di casi stabiliti per decreto con disposizione della Prefettura. I casi di revoca sono:

  • se il beneficiario dell’accoglienza, o il familiare al seguito, si è ripetutamente comportato in modo violento o minaccioso con i vicini o con gli altri beneficiari dell’accoglienza;
  • qualora il beneficiario dell’accoglienza, o il familiare al seguito, possa attingere ad altre fonti di sostegno economico o materiale;
  • qualora il beneficiario, quando ne sia in condizione, non contribuisca secondo quanto concordato alle spese dell’alloggio;
  • se il beneficiario dell’accoglienza o un familiare al seguito non si conforma ad un provvedimento facente obbligo di rimanere in una località determinata dalle autorità competenti;
  • se il beneficiario dell’accoglienza impedisce ai minori, per i quali è responsabile, di frequentare la scuola o singoli corsi dei programmi scolastici ordinari;
  • se il beneficiario dell’accoglienza non partecipa alle iniziative concordate con il gruppo di lavoro;
  • se il beneficiario dell’accoglienza abbandona improvvisamente, senza preavviso e senza giustificazione, l’alloggio dove è stato ospitato;
  • se il beneficiario dell’accoglienza ospitato nell’alloggio, si rende irreperibile per un periodo superiore a 3 settimane;
  • se il beneficiario dell’accoglienza, o il familiare al seguito, si è ripetutamente comportato in modo minaccioso, violento e ingiurioso verso gli operatori dei servizi pubblici e privati impegnati nella gestione del protocollo di procedura di accoglienza;
  • se al beneficiario dell’accoglienza gli viene contestato per tre volte dalla Provincia la mancata osservanza dei contenuti della Parte Seconda del presente documento.

L’accoglienza SPRAR ha termine dopo 6 mesi dalla presentazione della domanda o al momento della comunicazione della decisione della Commissione Territoriale.

Finora il Ministero dell’Interno ha giocato al ribasso per quanto riguarda le cifre destinate agli interventi di tipo strutturale come il sistema SPRAR, proponendo ad esempio per diversi anni programmi annuali [17] (per cui gli enti lavoravano senza sapere se l’attività in cui si investivano risorse e competenze poteva avere continuità) oppure non concedendo di allungare il periodo di accoglienza o di aumentare il numero di posti disponibili. Questo atteggiamento si scontra spesso con la realtà effettiva dei fatti, dei numeri, delle situazioni e costringe il Ministero verso interventi di tipo emergenziale (extra finanziamenti per fornire temporanei posti SPRAR, per creare e gestire provvisori CARA) aventi come risultato un maggior esborso di denaro evitabile con finanziamenti maggiori agli interventi di tipo strutturale.

Oltre ai posti SPRAR esistono i cosiddetti extra SPRAR. Si tratta normalmente del circuito di accoglienza (dormitori, mense, ecc) che le città italiane hanno strutturato negli anni per le più varie necessità e che finisce anche per accogliere i richiedenti asilo e i rifugiati quando non esistono alternative valide. I posti extra SPRAR non garantiscono il percorso di ‘accoglienza integrata’ alla base dello stesso progetto ministeriale ma solo i servizi e i beni di prima necessità come il tetto, il letto e il cibo. Essi sono la controprova dell’insufficienza del sistema e sono esclusivamente legati alle risorse delle varie città o realtà locali italiane.

8. Cosa sono e che funzione svolgono i centri d’accoglienza e i centri di trattenimento?

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In Italia a seconda del verificarsi di alcune situazioni il richiedente asilo può essere trattenuto, per un determinato numero di giorni, in appositi centri. Essi si dividono in quattro categorie: i CPSA, i CDA, i CARA e i CIE.

Il caso dell’accoglienza:

Centri di primo soccorso e accoglienza (CPSA)

Si tratta della prima struttura che il potenziale richiedente asilo può incontrare durante il suo viaggio una volta arrivato in Italia. Questi centri furono istituiti con un decreto interministeriale del 2006 e riguardano esclusivamente gli arrivi via mare tanto è che sono conosciuti anche come centri sbarchi. Sono centri dedicati alla prima accoglienza e al primo soccorso. Le condizioni e le modalità specifiche del trattenimento non sono specificate nel decreto ma di norma il trattenimento non supera le 48 ore ed è seguito dal trasferimento presso altre strutture.

In Italia si registrano tre CPSA: Lampedusa, dotato di 804 posti, Elmas (Cagliari) dotato di 220 posti e Pozzallo (Ragusa) dotato di 180 posti. Le attività dei centri, in seguito alla diminuzione drastica di sbarchi durante la seconda metà del 2009, sono state sospese.

Centri d’accoglienza (CDA)

Si tratta di centri di prima accoglienza istituiti nel 1995 con la legge 563/95 detta anche legge Puglia [18]. Sono nate per arginare e gestire una situazione di emergenza – gli sbarchi in Puglia degli anni ’90 –  e sono diventate strutture permanenti e diffuse sul suolo italiano, le prime destinate all’accoglienza dello straniero. I centri di accoglienza svolgono una funzione che può essere definita di ‘smistamento’, infatti tutti i migranti, intercettati nel loro passaggio di frontiera, vi vengono accolti, indipendentemente dal loro stato giuridico, al fine di garantire un primo soccorso e di emanare un provvedimento che ne legittimi la presenza sul territorio italiano o ne disponga l’allontanamento. La legge disciplinante questi centri non stabilisce un limite temporale preciso di trattenimento ma indica che le operazioni connesse al soccorso e alla prima accoglienza debbano svolgersi nel “tempo strettamente necessario” all’adozione dei provvedimenti. La normativa quindi non definisce i diritti dello straniero accolto nel centro ed è diventata consuetudine che venga negato la libertà di uscita e circolazione durante le ore diurne, configurandosi così una limitazione della libertà personale senza la necessaria convalida di un giudice.

In Italia i CDA (a parte la struttura di Cassibile – Siracusa – destinata solamente alle funzioni specifiche di CDA ma chiusa il 31 luglio 2009) sono associati ai CARA. Possono verificarsi due differenti situazioni:

  • un’unica struttura dovrebbe assolvere sia alle funzioni di prima che di seconda accoglienza. I CDA/CARA operativi sono 7: Castelnuovo di Porto (Roma) con 680 posti,Bari Palese con 994 posti, Brindisi Restinco con 128 posti, Mazara del ValloValdericeMarsalaCastelvetrano (Trapani) rispettivamente con 100, 200, 114, 121 posti. Le cifre qui riportate sono da considerarsi comprensive sia dei posti destinati ai Centri Di Accoglienza che per quelli destinati ai Centri di Accoglienza per i Richiedenti Asilo. In realtà non vi è nessuna chiarezza su come vengano gestiti e ripartiti tali posti.
  • centri polifunzionali dovrebbero accomunare in un unico spazio, mantenendo al contempo una distinzione strutturale, i CDA e i CARA. I CDA+CARA sono 3: Borgo Mezzanone (Foggia) con 716 posti, Sant’Anna (Crotone) con 978 posti e Caltanisetta con 360 posti. Le cifre qui riportate indicano le capienze delle strutture a destinazione CDA. Nel paragrafo successivo sono riportate le cifre delle strutture a destinazione CARA. Anche per quanto riguarda questi centri manca chiarezza sulla gestione degli spazi e sulla modalità di destinazione degli ospiti verso le due differenti strutture.

Centri d’Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA)

La Polizia italiana ha il compito di verificare l’identità di ogni richiedente asilo. Il Governo  nel 2008 ha istituito a questo riguardo i Centri d’Accoglienza Richiedenti Asilo (CARA), che hanno come finalità l’individuazione dell’identità personale. Sono i successori dei CDI (centri di identificazione) istituiti con la legge Bossi-Fini nel 2002 per ospitare i richiedenti asilo e diventati operativi nel 2004.

La legge individua tre situazioni per cui si può essere inviati in un CARA:

  • qualora il richiedente abbia presentato la domanda d’asilo dopo essere stato fermato per aver evitato, o tentato d’evitare, i controlli di frontiera. qualora il richiedente abbia presentato la domanda d’asilo dopo essere stato fermato in condizioni di soggiorno irregolare;
  • qualora il richiedente abbia presentato domanda d’asilo essendo già destinatario di un provvedimento di espulsione (art 13 dlgs 25 luglio 1998 n. 286).
  • qualora il richiedente sia completamente sprovveduto di documenti d’identità o ne abbia presentati di falsi o contraffatti;

I tempi di permanenza nei CARA sono differenti a seconda delle motivazioni che hanno causato l’invio da parte del Questore. Nei primi due casi (tentativo di eludere i controlli di frontiera e soggiorno irregolare) non potranno essere superati i 35 giorni, nel terzo caso (mancanza di documenti) i 20 giorni [19]. Con lo scadere del periodo d’accoglienza viene rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo per richiedenti asilo, di tre mesi, rinnovabile fino alla decisione della Commissione Territoriale. Tale permesso non da diritto a svolgere un lavoro e nemmeno a ricevere una abitazione; si ha la libertà di muoversi sul territorio italiano con l’obbligo di comunicare sempre alla Questura l’indirizzo di domicilio o residenza e ogni suo mutamento. In caso di mancata osservanza dell’obbligo di comunicazione del cambio di domicilio la Questuraritiene valido l’ultimo indirizzo registrato e ogni comunicazione si ritiene validamente effettuata.

Con il superamento di 6 mesi d’attesa il richiedente può ottenere un permesso di soggiorno, valido 6 mesi, che concede l’accesso al mondo del lavoro regolare.

Durante la permanenza in un centro CARA si ha la possibilità di uscire e di spostarsi solo durante le ore diurne. Si possono ottenere permessi straordinari, a discrezione del Prefetto, per allontanamenti temporanei superiori alle 12 ore inerenti gravi problemi personali, familiari, di salute o motivi che riguardino la domanda di protezione internazionale.

I CARA sono disciplinati da un regolamento interno, stabilito a partire dalla convenzione d’appalto con il Governo dall’ente gestore aggiudicatario, il quale prevede oltre alle regole di comportamento, gestione e funzionamento del centro una serie di diritti per i richiedenti asilo sanciti dalla legge italiana. Questi dovrebbero essere e sono sulla carta: il diritto all’assistenza medica e alle cure d’emergenza, il diritto ad alloggi separati fra uomini e donne e ad alloggi comuni per i nuclei familiari, il diritto a ricevere visita da parte dei membri dell’UNHCR e di organi di tutela dei rifugiati, di avvocati, di familiari e di cittadini italiani che abbiano ricevuto un permesso specifico da parte del Prefetto. Inoltre sono tutelate tramite un’adeguata assistenza una serie di situazioni come i casi di età avanzata, di gravidanza, i casi con presenza di problemi fisici e psicologici legati a violenze sessuali, torture o maltrattamenti, i casi di malattie.

Differente è il caso dei minorenni [20] non accompagnati perché la legge prevede che essi non siano trattenuti nei CARA, neppure per gli accertamenti legati all’identità, ma siano destinati a strutture specifiche adeguate all’età. Per la loro tutela viene nominato un tutore che ha il compito di aiutare, di seguire tutto il caso del minore in carico fino alla decisione della Commissione Territoriale. È possibile cercare di rintracciare i genitori nella totale sicurezza sia per il minorenne che per i genitori stessi, se essi si trovano ancora nel paese d’origine. In Italia il minorenne ha il diritto di andare a scuola.

In Italia i CARA sono presenti solamente in 5 regioni per un totale di 12 strutture e 3335 posti. Come già specificato essi si suddividono in CDA/CARA e CDA+CARA. A questi si aggiungono i CARA, cioè i centri aventi come unica destinazione d’uso l’accoglienza ai richiedenti asilo.

CDA/CARA (già elencati nel paragrafo precedente): Castelnuovo di Porto (Roma) con 680 posti, Bari Palese con 994 posti, Brindisi Restinco con 128 posti, Mazara del ValloValdericeMarsalaCastelvetrano (Trapani) rispettivamente con 100, 200, 114, 121 posti.

CDA+CARA: Borgo Mezzanone (Foggia) con 198 posti, Sant’Anna (Crotone) con 256 posti e Caltanisetta con 96 posti. Le cifre qui riportate indicano le capienze delle strutture a destinazione CARA. Nel paragrafo precedente sono riportate le cifre delle strutture a destinazione CARA.

CARA:Gradisca d’Isonzo (Gorizia) con 138 posti e di Salina Grande (Trapani) con 310 posti.

Il caso del trattenimento:

Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE)

Decisamente differente il caso dei centri CIE o ex CPTA (Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza) istituiti dalla legge Turco-Napolitano  nel 1998 e rinominati secondo la dicitura attuale nel 2008. Secondo la legge italiana vengono trattenuti in questi centri i richiedenti asilo che:

  • si trovano nelle condizioni dell’articolo 1, paragrafo F, della Convenzione di Ginevra; cioè di persone per cui sussistono seri motivi di sospettare che abbiano commesso un crimine contro la pace, un crimine di guerra o contro l’umanità, un crimine grave di diritto comune fuori del paese ospitante prima di essere ammessi come richiedenti asilo, si siano rese colpevoli di atti contrari agli scopi e ai principi delle Nazioni Unite;
  • sono stati condannati in Italia per i reati inerenti agli stupefacenti, alla libertà sessuale, al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina verso l’Italia e dell’emigrazione clandestina dall’Italia verso altri stati, per reati connessi al reclutamento di persone da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento della prostituzione o di minori da impiegare in attività illecite [21];
  • sono destinatari di un provvedimento di espulsione.

Normalmente il provvedimento di trattenimento per il richiedente asilo è adottato dal questore. Qualora il trattenimento sia già in corso il questore chiede al tribunale una proroga del periodo di ulteriori 30 giorni al fine di poter essere sottoposto all’esame prioritario presso la Commissione Territoriale.

Il tempo massimo di permanenza nei CIE è stato portato, nell’agosto 2009, a 180 giorni e il trattenimento in questi centri pur non configurandosi come misura detentiva finalizzata all’espiazione di una pena incide totalmente sulla libertà personale sancita dall’articolo 13 della Costituzione Italiana, in quanto diritto fondamentale della persona, riconosciuto anche allo straniero presente sul territorio dello Stato sia regolarmente che irregolarmente. Per questa ragione la limitazione, ovvero il trattenimento presso il CIE, deve essere convalidata dall’autorità giudiziaria.

La legge italiana dispone che l’accesso nei CIE sia garantito ai rappresentanti dell’UNHCR, agli avvocati e agli organismi di tutela dei rifugiati con esperienza consolidata nel settore autorizzati dal Ministero dell’interno.

In Italia si contano 13 CIE per un totale di 1.814 posti. I CIE sono presenti in 8 regioni: in Piemonte con il centro Brunelleschi di Torino (posti 98), in Lombardia con il centro Corelli di Milano (posti 132), in Emilia Romagna con i centri di ModenaBologna (rispettivamente 95 e 60 posti); in Friuli Venezia Giulia con il centro di Gradisca d’Isonzo (posti 194), in Lazio con il centro Ponte Galeria di Roma (posti 364), in Puglia con i centri di Bari PaleseBrindisi Restinco (rispettivamente posti 196 e 83), in Calabria con i centri di CrotoneCatanzaro-Lamezia Terme (rispettivamente posti 124 e 75), in Sicilia con i centri Serraino Vulpitta di Trapani, Pian del Lago di Caltanisetta e Loran di Lampedusa (rispettivamente posti 43, 96 e 200).

I centri per stranieri qui descritti non presentano né uniformità di struttura né di gestione dal momento che sono nati per fare fronte ad una situazione di emergenza che non ha mai visto un seguito di piani razionali, strutturati sul lungo periodo.

Le strutture scelte per ospitare i centri sono quasi tutti ex edifici militari e non sono stati adeguati alla nuova destinazione d’uso dettata dalla legge. Ogni centro (CPSA, CDA, CARA, CIE) risponde alla Direzione centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo (facente parte del Dipartimento libertà civili e immigrazioni del Ministero dell’Interno) ma presenta un ente gestore [22] aggiudicatario della gara di appalto promulgata dalle Prefetture di competenza su capitolato d’appalto del Ministero dell’Interno. Le Prefetture hanno il compito di stipulare con gli enti aggiudicatari apposite convenzioni, strutturate a partire del capitolato, concernenti i servizi di cui essi si fanno carico. Dalle convenzioni stipulate gli enti e la Prefettura stabiliscono un regolamento interno del centro in gestione. Gli appalti hanno una durata triennale e non sono rinnovabili.

I servizi riguardano:

  • il servizio di gestione amministrativa e di minuta sussistenza in cui rientrano per esempio registrazione degli ospiti, registrazione dei visitatori, registrazione delle entrare e delle uscite giornaliere degli ospiti, ecc;
  • il servizio di assistenza generica alla persona in cui rientrano la mediazione linguistica e culturale, l’informazione sulla normativa concernente l’immigrazione, i diritti e i doveri dello straniero in Italia, l’orientamento sulle regole comportamentali dei centri e delle strutture, distribuzione dei pasti, servizio di barberia, di lavanderia e di assistenza, qualora presenti, a bambini e a neonati;
  • il servizio di assistenza sanitaria [23] e psicologica concernente uno screening medico d’ingresso, la compilazione di una scheda paziente per ciascun ospite, l’allestimento e l’espletamento di un primo soccorso sanitario;
  • il servizio di fornitura dei seguenti beni: vestiario, cibo, effetti letterecci (coperte e lenzuola), generi di conforto, beni per la cura e l’igiene personale;
  • il servizio di pulizia e igiene ambientale legato anche alla manutenzione delle strutture.

Importante specificare che in Italia gli enti di gestione provengono da ambiti diversi e di conseguenza sono portatori di competenze anche molto lontane fra loro e di orientamenti di gestione diversificati. Infatti il criterio di aggiudicazione dell’appalto non è la più o meno consolidata esperienza del soggetto partecipante alla gara [24] ma è la presentazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa (appalto al massimo ribasso). La determinazione dell’importo è dato dal prezzo della fornitura dei beni e dei servizi elencati sopra, rapportato alla capienza della struttura, calcolato su base annua e moltiplicato per tre annualità.

Attualmente sono operanti i seguenti enti gestori:

  1. Croce Rossa Italiana nei CIE Ponte Galeria (Roma), Brunelleschi (Torino), Corelli (Milano) e nel CDA/CARA di Castelnuovo di Porto (Roma);
  2. Confederazione delle Misericordie nei CIE di Sant’Anna (Crotone), Modena, Bologna e nel CDA+CARA di Sant’Anna (Crotone) e nel CDA/CARA di Mazara Del Vallo;
  3. Consorzio Connecting People nei CIE Gradisca d’Isonzo e Brindisi Restinco, nel CARA di Gradisca d’Isonzo, nel CDA/CARA di Brindisi Restinco, nel CDA+CARA di Borgo Mezzanone (Foggia) e nel CPSA di Emas (Cagliari);
  4. Cooperativa Insieme nel CIE di Trapani e nel CARA di Salina Grande (Trapani) e nel CDA/CARA di Castelvetrano;
  5. Caritas nel CDA/CARA di Valderice;
  6. Cooperativa Albatros nel CDA+CARA di Caltanisetta;
  7. Cooperativa Malgrado tutto nel CIE di Lamezia Terme;
  8. Consorzio Solidalia nel CDA/CARA di Marsala;
  9. Consorzio Sisifo nel CIE e nel CPSA di Lampedusa;
  10. Cooperativa Auxilium nel CDA/CARA di Bari Palese;
  11. Consorzio OCR nel CIE di Bari Palese.

9. Cosa succede se la domanda è respinta?

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Dal 2008 il richiedente asilo che ha ricevuto un diniego ha un unico mezzo di impugnazione della decisione: esso può fare ricorso presso il Tribunale di competenza entro 30 giorni dalla data di comunicazione della decisione della Commissione Territoriale. Se si trova ospitato in un CARA o in un CIE il periodo di ricorso si riduce a 15 giorni.

Gli strumenti di tutela che il richiedente asilo poteva porre in essere una volta ricevuto il provvedimento di diniego sono stati ridotti con il passare del tempo. La procedura stabilita dalla Bossi-Fini e dalle successive modifiche (D.P.R. 303 del 2004 e il Dlgs 140 del 2005) prevedeva, infatti, due differenti possibilità: il riesame della domanda (laddove vi fossero elementi nuovi o sopravvenuti o non adeguatamente valutati dalla Commissione esaminatrice tali da modificare la decisione) e il ricorso avverso il diniego e la contestuale richiesta di autorizzazione a rimanere sul territorio da inoltrare al Prefetto. Al tempo stesso è importante specificare che il riesame poteva però essere richiesto solo nel caso in cui il richiedente si fosse trattenuto presso un Centro di Identificazione durante l’istruzione della sua domanda di asilo: questo limitava, di fatto, il numero di persone che potevano accedere a questo strumento di tutela. In ogni caso all’oggi né il riesame né l’autorizzazione al Prefetto sono previste dalla procedura italiana.

I casi ammissibili di ricorso presso il Tribunale sono:

  • contro la decisione della Commissione Territoriale la quale stabilisce che il richiedente non è riconosciuto come rifugiato ma solamente come titolare di protezione sussidiaria;
  • contro la decisione della Commissione Nazionale di revoca o cessazione del dello status di rifugiato o di protezione sussidiaria;
  • contro il diniego quando il richiedente ritiene che non siano stati valutati correttamente tutti gli elementi presentati.

In Italia si possono verificare due situazioni, la prima che prevede la sospensione della decisione, ovvero del provvedimento, e la possibilità conseguente di rimanere sul territorio italiano con un nuovo permesso di soggiorno della durata di 3 mesi e la seconda che non consente la sospensione dell’efficacia della decisione, ovvero del provvedimento, e l’obbligo conseguente di fare ritorno nel paese d’origine.

La prima situazione si verifica qualora il richiedente si trovava in condizioni di soggiorno regolare al momento della presentazione della domanda oppure qualora il richiedente era stato ospitato in un CARA per l’accertamento dell’identità.

La seconda situazione si verifica qualora la Commissione Territoriale ha diniegato la domanda per manifesta infondatezza o per inammissibilità oppure qualora la decisione è stata presa dopo un allontanamento ingiustificato da un CARA o qualora il richiedente presenta ricorso dopo essere stato accolto in un CARA per aver tentato di eludere i controlli di frontiera o per essere stato fermato in condizioni di soggiorno irregolare. La legge italiana attraverso i Tribunali può concedere tuttavia la sospensione del provvedimento di espulsione se ricorrono gravi e fondati motivi di insicurezza e pericolo.

Nel caso del ricorso il richiedente deve farsi assistere da un avvocato, se non ha la possibilità di farsi pagare può fare domanda per avere un’assistenza legale gratuita (gratuito patrocinio a spese dello stato).

Nel momento in cui anche il Tribunale neghi il riconoscimento della protezione internazionale il richiedente può proporre reclamo alla Corte d’appello e contro la sentenza di quest’ultima può proporre ricorso per Cassazione.

10. Cosa succede se la domanda è accolta?

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La Commissione Territoriale rilascia un provvedimento attraverso cui il nuovo titolare di protezione internazionale può ritirare presso la Questura il permesso di soggiorno. Nel caso di rifugio politico ha una durata di 5 anni rinnovabile ad ogni scadenza, nel caso di protezione sussidiaria ha una durata di 3 anni, rinnovabile alla scadenza, nell’ultimo caso di protezione umanitaria il permesso ha durata di 1 anno e a causa dell’assenza di una norma specifica dovrebbe essere rinnovato alla scadenza, salvo diversa indicazione della Commissione Territoriale. in presenza di passaporto, convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Tutti i permessi di soggiorno, in presenza di passaporto, sono convertibili alla scadenza in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Il rifugiato politico una volta riconosciuto gode dello stesso trattamento accordato ai cittadini italiani in materia di libertà religiosa e istruzione religiosa; istruzione elementare; accesso ai tribunali e assistenza giuridica; protezione della proprietà industriale (invenzioni, modelli, marchi,), letteraria, artistica e scientifica. Esso ha una serie di diritti fra cui l’accesso alla legislazione del lavoro (compreso il lavoro dipendente), il diritto al ricongiungimento familiare senza il soddisfacimento delle disponibilità di alloggio e reddito previste per gli stranieri [25], all’assistenza sociale e sanitaria (cioè alle prestazioni del sistema socio-sanitario, con iscrizione obbligatoria al Servizio Sanitario Nazionale; pensioni di invalidità e vecchiaia; sussidi agli indigenti), ad avere un documento di viaggio e a circolare nel territorio dell’Unione Europea (ad eccezione di Gran Bretagna e Danimarca), all’istruzione pubblica, a chiedere la cittadinanza italiana dopo 5 anni, a contrarre matrimonio, a partecipare all’assegnazione di alloggi pubblici e a ottenere la patente di guida.

Il titolare di protezione sussidiaria può accedere al lavoro ma con un contratto che non superi la durata del permesso di soggiorno, ha diritto al ricongiungimento familiare rispondendo a dei limiti di legge, all’assistenza socio-sanitaria, alla partecipazione degli alloggi pubblici e ad avere un documento di viaggio nel caso in cui non si possieda un passaporto.

Il titolare di protezione umanitaria può accedere al lavoro con in contratto che non superi la durata del permesso di soggiorno, ha diritto all’assistenza sanitaria e ad avere un documento di viaggio in caso di assenza di passaporto.

È necessario sottolineare che tutti i diritti su elencati, come la possibilità di contrarre matrimonio, di partecipare alle graduatorie degli alloggi pubblici o di ottenere la patente di guida, sono limitate dall’ottenimento della residenza italiana. I titolari di protezione spesso faticano a vedersi riconosciuta una residenza da parte dei comuni italiani, in special modo dai comuni dei grandi centri urbani. I motivi sono legati alla volontà della “non presa in carico” a livello socio-assistenziale dei rifugiati che facilmente rientrerebbero nelle fasce che i comuni sono tenuti a tutelare e ad assistere.

Per quanto riguarda il ricongiungimento familiare i titolari di protezione sussidiaria e umanitaria devono rispondere a una serie di limiti legati: alla metratura dell’alloggio dove si dichiara la futura ospitalità dei familiari ricongiunti, al consenso del titolare dell’alloggio nel caso di un figlio minore di 14 anni e al reddito annuo che non deve essere inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di un familiare e che deve essere doppio se si chiedono due o tre ricongiungimenti e triplo se se ne chiedono quattro o più.

I familiari ammessi dallo Stato italiano al ricongiungimento sono:

  • il coniuge non legalmente separato e non inferiore ai 18 anni,
  • figli minori, anche del coniuge o nati fuori del matrimonio, non coniugati, a condizione che l’altro genitore, qualora esistente, abbia dato il suo consenso,
  • figli maggiorenni a carico, qualora per ragioni oggettive non possano provvedere alle proprie indispensabili esigenze di vita in ragione del loro stato di salute che comporti invalidità totale,
  • genitori a carico, qualora non abbiano altri figli nel Paese di origine o di provenienza, ovvero genitori ultrasessantacinquenni, qualora gli altri figli siano impossibilitati al loro sostentamento per documentati, gravi motivi di salute [26].

Il riconoscimento del rapporto di parentela fra genitori e figli sta diventando sempre più problematico e chiama ormai in causa il Ministero degli Esteri, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) [27], le ambasciate, le sedi diplomatiche e consolari italiane nel mondo. È diventata consuetudine la richiesta, da parte dello Stato italiano, del test del dna per i figli dei titolari di protezione internazionale provenienti da paesi dove la produzione di documentazione di stato civile è insufficiente, inaffidabile o inesistente. Tale consuetudine è avallata da un decreto presidenziale [28] il quale stabilisce che “in ragione della mancanza di un’autorità riconosciuta o della presunta inaffidabilità dei documenti, rilasciati dall’autorità locale, […] le Rappresentanze diplomatico o consolari provvedono al rilascio di certificazioni […] sulla base delle verifiche ritenute necessarie, effettuate a spese degli interessati”. Il costo del test del dna è pari a 230 euro circa e, come riportato dal decreto, è completamente a carico dello straniero richiedente il ricongiungimento.

Anche per quanto riguarda il ricongiungimento del coniuge si sta assistendo alla creazione di nuove barriere e ostacoli. Sempre in relazione all’assenza o all’inaffidabilità dei documenti ufficiali prodotti dagli Stati di provenienza lo Stato italiano chiede a coloro che richiedono un ricongiungimento di contrarre nuovamente matrimonio presso un’Ambasciata italiana, cioè presso un’istituzione riconosciuta e produttrice di documenti ufficiali. Per esempio nel caso della Somalia viene preteso che il titolare di protezione internazionale si rechi in Kenia e lì faccia convenire il coniuge ancora residente in Somalia per contrarre matrimonio davanti ai funzionari italiani. Tutte le spese sono a carico del richiedente.

11. Può lo status di rifugiato trovare cessazione o essere revocato?

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Sì e l’organo preposto a questa decisione è la Commissione Nazionale per il diritto di asilo di Roma.

La cessazione avviene quando:

  1. il titolare di protezione si è avvalso della protezione del proprio Paese d’origine ad esempio rientrandovi sia per breve tempo che in maniera definitiva o chiedendo e ottenendo un passaporto;
  2. il titolare di protezione abbia riacquisito la cittadinanza del proprio Paese d’origine dopo averla persa;
  3. il titolare di protezione abbia acquisito cittadinanza italiana e di conseguenza la protezione dello Stato italiano;
  4. siano venute meno le condizioni che determinarono il riconoscimento del rifugio politico e il titolare (anche apolide) possa tornare in completa sicurezza nel proprio Paese di origine. I cambiamenti di circostanze che permetterebbero il rientro nel Paese di origine non devono essere temporanee ma tali da eliminare completamente le cause del fondato timore di persecuzione.

La revoca avviene quando:

  1. successivamente al riconoscimento, venga accertato che esso fu riconosciuto sulla base di fatti e/o circostanze presentati in modo erroneo o dalla volontaria omissione di altri fatti e/o circostanze o sulla base di una documentazione poi rivelatasi falsa.
  2. sussistono le cause di esclusione previste dalla Convenzione di Ginevra (ad esempio l’aver commesso un crimine contro l’umanità, contro la pace o un crimine di guerra, l’avere accertato che il rifugiato goda già della protezione o dell’assistenza di un organo e di una agenzia delle Nazioni Unite diversi dal U.N.H.C.R.), sussistono fondati motivi per ritenere che il rifigiato costituisca un pericolo per la sicurezza dello Stato italiano oppure si verificano circostanze per cui lo stesso venga a rappresentare un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, essendo stato condannato con sentenza definitiva per i reati previsti dal codice di procedura penale.

Anche lo stato di protezione sussidiaria può cessare o essere revocato secondo i motivi e criteri già descritti per il rifugiato politico. Per quanto riguarda la cessazione dello status in conseguenza al venir meno delle circostanze che hanno causato il riconoscimento è necessario dire che tale mutamento deve avere una natura così significativa da far ritenere che non possa più sussistere il rischio di danno grave in caso di rientro nel Paese di origine e che allo stesso tempo non sussistono altri gravi motivi di carattere umanitario che impediscano o rendano pericoloso tale rientro.

La decisione di cessazione e di revoca sia per i titolari di rifugio che per i titolari di protezione sussidiaria è presa sulla base di una valutazione esclusivamente individuale. Il titolare di protezione internazionale deve essere informato tempestivamente dell’avvio delle procedure e dei motivi che ne sono alla base in modo che esso possa intervenire a sua difesa ed eventualmente essere ascoltato in un colloquio.

12. Può il rifugiato fare ritorno volontario nel proprio Paese di origine?

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Sì è un diritto riconosciuto e tutelato. Tale diritto non è ascrivibile solo al titolare di rifugio ma anche al richiedente protezione internazionale, al diniegato, se non sono decorsi 30 giorni dalla data di notifica, al titolare di protezione sussidiaria e umanitaria.

Lo Stato italiano ha stabilito un programma di ritorno volontario assistito [29] che dovrebbe prevedere: servizio di counselling, informazioni aggiornate sul paese di origine, assistenza per l’ottenimento di documenti di viaggio da parte delle autorità consolari preposte, organizzazione del viaggio e copertura delle spese fino alla destinazione finale, erogazione di un’indennità di prima sistemazione e di reintegrazione.

Non è possibile accedere al programma di rimpatrio se su colui o colei che lo richiede grava un provvedimento di espulsione.


 

FOOTNOTES

1.  La domanda di asilo non è vincolata o circoscritta a una forma precisa, stabilita dalla legge e per questo può avvenire in via verbale o attraverso manifestazioni comportamentali che palesino la volontà da parte del richiedente di chiedere protezione internazionale.  ↑
2.  “Le domande di protezione internazionale non possono essere respinte, ne’ escluse dall’esame per il solo fatto di non essere state presentate tempestivamente”. Art. 8, comma 1, Dlgs 28 gennaio 2008 n° 25 “Attuazione della direttiva 2005/85/CE recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato”  ↑
3.  Tale Regolamento sostituisce le disposizioni della Convenzione di Dublino del 1990. Tale Convenzione fu il primissimo passo eseguito dall’Unione Europea in materia di asilo. Esso fu fatta in previsione dell’introduzione di una disciplina unica sulla competenza ad esaminare le domande di asilo dei cittadini dei Paesi terzi richiedenti ingresso in uno degli Stati comunitari aderenti alla Convenzione di Schengen.  ↑
4.  L’obiettivo del Regolamento Dublino II è quello di garantire che nessun richiedente asilo sia rinviato in un paese nel quale rischia di essere nuovamente vittima di persecuzioni, in ottemperanza al principio di non respingimento. I principi ispiratori del Regolamento sono: la previsione di un regime europeo comune in materia d’asilo, il non respingimento, l’individuazione e la disposizione di un meccanismo chiaro e pratico per l’individuazione dello Stato membro competente e il rapido espletamento delle domande d’asilo.  ↑
5.  Le situazioni sopra indicate sono solo le più frequenti; ci sono altri criteri per determinare la competenza.  ↑
6.  Salvo che il fatto costituisca reato, chiunque, invitato dall’autorità di pubblica sicurezza a comparire davanti ad essa, non si presenta nel termine prescritto senza giustificato motivo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da € 154,00 a € 516,00. L’autorità di pubblica sicurezza può disporre l’accompagnamento, per mezzo della forza pubblica, della persona invitata a comparire e non presentatasi nel termine prescritto. T.U.L.P.S. Regio Decreto 18 giugno 1931 n. 773.  ↑
7.  Differente è la situazione e di conseguenza la tempistica per chi viene fermato per aver eluso o tentato di eludere i controlli di frontiera o per chi viene intercettato in mare prima dell’arrivo sulle coste italiane. Dopo il fermo o lo sbarco la Polizia di Stato conduce un primo accertamento della nazionalità e a parità di domanda di asilo decide chi ha diritto all’accesso alla procedura di asilo (inviato ai CARA) e chi è soggetto al respingimento e all’espulsione (inviato nei CIE).  ↑
8.  “La Commissione Nazionale ha il compito di formare e di aggiornare periodicamente i componenti delle Commissioni Territoriali “anche al fine di garantire che abbiano la competenza necessaria perché il colloquio si svolga con la dovuta attenzione al contesto personale o generale in cui nasce la domanda, compresa l’origine culturale o la vulnerabilità del richiedente. La Commissione nazionale cura altresì la formazione degli interpreti di cui si avvalgono le Commissioni, per assicurare una comunicazione adeguata in sede di colloquio e la formazione del personale di supporto delle Commissioni”. Art. 5, comma 1, Dlgs 28 gennaio 2008 n° 25.  ↑
9.  Art. 10 Dlgs 28 gennaio 2008 n° 25.  ↑
10.  La regione Toscana è stata temporaneamente assegnata alla Commissione territoriale di Torino. Il motivo è l’aiuto allo smaltimento di pratiche di competenza della Commissione Territoriale di Roma, la quale non riesce a rientrare nelle tempistiche di legge.  ↑
11.  I membri della Commissione Territoriale, eccezion fatta per il membro UNHCR, non ricevono alcun tipo di rimborso per l’attività prestata a causa di una cronica mancanza di fondi. Una conseguenza è che le audizioni vengono molto spesso condotte da un solo membro che riporta in sede decisionale le informazioni raccolte.  ↑
12.  Per particolari esigenze s’intendono i casi di vulnerabilità. In Italia non esiste una legge che indichi le categorie di vulnerabilità ma solo delle indicazioni generiche in cui rientrano disabili, anziani, donne in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, persone per le quali è stato accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza fisica, psicologica o sessuale.  ↑
13.  Le informazioni circa i paesi di provenienza e transito sono elaborate dalle Commissioni Territoriali sulla base dei dati forniti dall’UNHCR, dal Ministero degli Interni o reperite dai membri stessi delle Commissioni Territoriali.  ↑
14.  “E’ ammesso ricorso al Tribunale ordinario territorialmente competente ai sensi dell’art. 32 legge 189/2002 e, ai sensi dell’art. 17 Dpr 303/04, può essere richiesta l’autorizzazione al Prefetto territorialmente competente a permanere sul territorio nazionale fino alla data della decisione del ricorso. Nelle ipotesi di cui all’articolo 16 del Dpr 303/04 può essere presentata istanza di riesame al presidente della Commissione Territoriale.”  ↑
15.  In attuazione della direttiva dell’Unione Europea 2003/9/CE del 27 gennaio 2003 attuata in Italia tramite l’emanazione del D.Lgs. 140/05.  ↑
16.  Nel caso di uno straniero regolarmente presente sul territorio italiano il termine decorre dal momento in cui si verificano i motivi su cui si fonda la richiesta di asilo.  ↑
17.  Nel 2009 i programmi sono diventati biennali (biennio 2009/10) e nel 2010 triennali (triennio 2011/13) garantendo maggior continuità agli enti e alle associazioni riconosciute come SPRAR.  ↑
18.  Conversione in legge del decreto legge n. 451 del 30 ottobre 1995 – Disposizioni urgenti per l’ulteriore impiego del personale delle forze armate in attività di controllo della frontiera marittima della regione Puglia. Cita l’art 2 del suddetto decreto legge: Per far fronte a situazioni di emergenza connesse con le attività di controllo indicate all’articolo 1 e che coinvolgono gruppi di stranieri privi di qualsiasi mezzo di sostentamento ed in attesa di identificazione o espulsione è autorizzata, per ciascuno degli anni 1995, 1996 e 1997, la spesa di lire tre miliardi, da destinarsi anche alla istituzione, a cura del Ministero dell’interno, sentita la regione Puglia, di tre centri dislocati lungo la frontiera marittima delle coste pugliesi per le esigenze di prima assistenza a favore dei predetti gruppi di stranieri.  ↑
19.  La realtà dei fatti si discosta decisamente dalle tempistiche di legge infatti il tempo di permanenza media di un richiedente asilo in un CARA è di circa cinque mesi e mezzo.  ↑
20.  Per la verifica dell’età, il dichiarante minorenne può essere sottoposto, previo suo consenso, ad un esame particolare chiamato radiografia al polso. Quest’esame ha un margine d’errore nel determinare con certezza l’età.  ↑
21.  Articolo 380, commi 1, 2 del Codice di Procedura Penale.  ↑
22.  Si tratta di soggetti privati essenzialmente appartenenti al Terzo Settore.  ↑
23.  “I servizi sanitari nei centri sono generalmente impostati per offrire un’assistenza sanitaria di primo soccorso e reattiva, come da Capitolato d’appalto del Ministero dell’Interno […]. Le aziende sanitarie Locali non posseggono alcun ruolo di verifica della qualità dei protocolli e dei presidi sanitari adottati, dei livelli igienici e di vivibilità degli ambienti […]. Inoltre non esistono criteri omogenei di valutazione, raccolta e sistematizzazione dei dati sanitari, nonché linee guida comuni di riferimento. In altri termini, ogni ente gestore appronta come meglio crede il servizio sanitario, rispondendo esclusivamente alle osservazioni della Prefettura, che non dispone, tuttavia, di competenze specifiche” (a cura di) R. Magnano, A. Tramontano, Al di là del muro. Viaggio nei centri per migranti in Italia, MSF, Roma, 2010.  ↑
24.  Unica attenzione di professionalità è data alla figura del direttore del centro  che “deve essere preferibilmente in possesso di diploma di assistente sociale […] o diploma universitario di assistente sociale unitamente all’abilitazione per l’esercizio della professione, con esperienza lavorativa di almeno un triennio nel settore dell’assistenza agli immigrati o nell’assistenza sociale; laurea in servizio sociale, unitamente all’abilitazione per l’esercizio della professione; laurea specialistica in scienze del servizio sociale unitamente all’abilitazione per l’esercizio della professione; laurea in psicologia unitamente all’abilitazione per l’esercizio della professione e con esperienza lavorativa per almeno un biennio nel settore dell’assistenza agli immigrati o nell’assistenza sociale.”  ↑
25.  “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” Dlgs 286/98 o Leggi Bossi-Fini integrato e modificato attraverso il dlgs 160/2008recante attuazione della direttiva 2003/86/CE relativa al diritto di ricongiungimento familiare.  ↑
26.  In modificazione dell’art. 29, comma 1, lett. d ), del d.lgs. 286/98.  ↑
27.  Gli uffici IOM, laddove essi siano presenti, fungono da intermediari fra lo straniero, titolare di protezione internazionale, che richiede il ricongiungimento familiare, i familiari residenti nel paese terzo e lo Stato italiano. Il Ministero degli Esteri ha indicato gli elementi concernenti la metodologia alla quale i soggetti – uffici IOM, ambasciate, consolati – devono attenersi nella trattazione dei dati dei richiedenti il test del DNA.  ↑
28.  DPR 334/2004.  ↑
29.  Tale possibilità è stata prevista per la prima volta nelle legge “Turco-Napolitano” in riferimento a categorie vulnerabili quali minori non accompagnati, per meglio favorirne il ricongiungimento familiare nel loro paese. Successivamente, è stata estesa dalla legge “Bossi-Fini” a soggetti coinvolti in emergenze umanitarie o richiedenti protezione internazionale e da ultimo, è stata richiamata nell’ambito del decreto legislativo del 19 novembre 2007 n. 251.  ↑

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