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Conflitti d’identità e identità in conflitto

* di Lisa Rigotto

CIE di Ponte Galeria
CIE di Ponte Galeria

Lunedì 20 aprile 2015, al Campus Luigi Einaudi in collaborazione con Biennale Democrazia e Cest, si è tenuto un dibattito sui fenomeni migratori verso l’Europa e l’Italia. Un sociologo, una filosofa e un giurista sono stati protagonisti di un confronto interdisciplinare il cui punto di partenza è stato il tema dell’identità e il punto di arrivo la realtà italiana dei CIE.

Gli ospiti in sala erano Alessandro Dal Lago (Università di Genova), Donatella Di Cesare (Università La Sapienza di Roma) e Luigi Pannarale (Università di Bari).

Quale diritto abbiamo noi di vivere “da questa parte”? E’ lo spunto da cui è partita la riflessione della giornata torinese. Nel mondo occidentale manca la capacità di pensare a una città composta da persone non appartenenti al medesimo Stato ed è questa incapacità che crea una situazione, non percepibile agli occhi di tutti, ma purtroppo ben presente e radicata, di neo-razzismo. Il risultato? La criminalizzazione e la discriminazione di chi emigra. Questo neo-razzismo non è la divisione in razze, ma un’eredità dell’hitlerismo; è la pretesa di decidere con chi abitare, è l’idea che l’identità consista nel luogo in cui si è, invece di accettare la sfida della coabitazione con l’altro. In questa situazione il diritto concepito come strumento di tutela dei più deboli non esiste, perché si cerca di costruire un’identità e di imporla ad altri.

Altro argomento dell’incontro è stato il CIE, indagato nella sua identità (che ancora una volta torna come oggetto/soggetto dell’incontro) punitiva. È la mancanza di documenti e non il compimento di un reato, che comporta l’incarcerazione nei CIE, veri e propri campi di internamento, dove l’attesa e la paura di essere rimpatriati peggiorano ulteriormente una permanenza già di per sè pesantissima.
I CIE quindi non sono luoghi dove viene punito un reato, ma “semplicemente” luoghi intermedi prima dell’espulsione. Manca la risocializzazione e il reinserimento nella società, manca la pena rieducativa perché si viene puniti perché si è qualcosa, un qualcosa che è stato imposto, un qualcosa di scomodo da allontanare. In un mondo che si misura con la visibilità e dove lo spostamento è fenomeno di successo, lo stare rinchiusi all’interno di una scatola di sbarre non fa che rendere la situazione insopportabile e paradossale per delle persone che fanno della loro vita un continuo viaggio.

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