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L’accoglienza che libera

Dal recente seminario torinese “Scegliere di accogliere” arriva la proposta di un'”accoglienza emancipante”, cioè un’accoglienza capace di liberare le persone (richiedenti asilo e rifugiati, ma non solo) dal bisogno dell’accoglienza stessa, per nuove e migliori strategie di integrazione.

* di Elia Carlotti

Il seminario “Scegliere di accogliere” che si è tenuto nei giorni scorsi al Campus Einaudi di Torino è stato un’occasione di riflessione e di dialogo tra diversi enti che operano, sul territorio nazionale, nel settore dell’accoglienza dei migranti forzati realizzata da famiglie, associazioni o comunità locali.

Il dibattito ha voluto essere un tentativo di condivisione delle diverse esperienze locali, in una “tavola rotonda” attorno alla quale sviluppare “linee guida” per l’elaborazione di un sistema nazionale di seconda accoglienza dei richiedenti asilo che coinvolga, appunto, sia le famiglie (italiane e migranti) sia le più ampie comunità del territorio.

Oltre le logiche dell’emergenza

Hanno aperto l’incontro, con una relazione introduttiva, Gianfranco Schiavone, coordinatore di EuropAsilo, e Maria Silvia Olivieri del Servizio Centrale Sprar. La volontà di dare al seminario la forma del laboratorio riflette l’urgenza di ricercare nuove pratiche in grado di contrastare e porre rimedio alla debolezza del sistema sociale del nostro Paese. Una debolezza strutturale, che nella questione specifica dei richiedenti asilo assume tinte ancora più forti, mostrando tutta l’inadeguatezza delle misure adottate fino ad oggi.

Oltre a queste carenze sistemiche e normative, Schiavone ha messo in risalto la prospettiva indicata dai sistemi di accoglienza diffusa, informale, alimentata dalle autonomie locali, dall’associazionismo e da reti di prossimità.

Maria Silvia Olivieri ha invitato a riflettere sul concetto di accoglienza emancipante, cioè un’accoglienza capace di liberare la persona dal bisogno dell’accoglienza stessa, per nuove e migliori strategie di integrazione. È così indispensabile adottare strumenti che riescano a costruire percorsi di inserimento socio-economico della persona o del nucleo famigliare, andando oltre le logiche limitate della “prima accoglienza” o dei provvedimenti di necessità immediata.

Esperienze e domande

Si è così profilato uno dei temi principali di tutto il seminario, quello dell’accoglienza in famiglia, ricco di nuove prospettive (il ruolo potenziale delle famiglie che accolgono, nonché la possibilità di coinvolgere cittadini stranieri in veste di mediatori sociali) e allo stesso tempo di criticità.

Tra gli interventi che hanno dato vita al dibattito ricordiamo i contributi di Salvatore Bottari (Servizio Stranieri della Città di Torino, Progetto Rifugio Diffuso), Lorenzo Tonella (Caritas Biella, Rifugiati a casa mia, pratiche di accoglienza per superare l’emergenza), Alberto Mossino (Piam di Asti, L’accoglienza diffusa ad Asti), Marco Zanetta (K-PAX, Breno, Progetto Nausicaa, Accoglienza in famiglia e piccole comunità in Valcamonica), Angela Tiraferri e Iscra Venturi (Provincia di Rimini, Indovina chi viene a pranzo? Prove di cittadinanza attiva).

Denominatore comune ai vari interventi rimane il problema del “dopo”: come muoversi allo scadere della prima accoglienza? Come procedere verso un’integrazione frutto di un percorso condiviso? È possibile scardinare i confini delle categorie di “rifugiato” e “richiedente asilo” per approdare a un linguaggio nuovo, svincolato da dinamiche di “potere”?… Sono solo alcuni fra i tanti interrogativi che dovremmo porci tutti noi, cittadini di un Paese che sta vivendo profonde trasformazioni sociali, e che ci richiamano a una presa di coscienza che non può essere elusa.

Collegamento

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