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Libertà di stampa: Camerun, traffici, crimini & intrighi in grigioverde

In CAMERUN, un Paese dove la libertà di stampa continua a essere pericolosamente «in zona rossa» (126° posto su 180 Paesi), fino al 2003 il giovane giornalista RENE DASSIE ha subito intimidazioni, arresti e violenze per le sue inchieste sui crimini e il malaffare nelle forze armate. In quello stesso anno, minacciato di morte, è stato costretto a prendere la via dell’esilio verso la Francia, dove vive tuttora.

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René Dassié, giornalista d’origine camerunense.

«Mi sento cittadino di due Paesi, il Camerun e la Francia. La Francia, il mio Paese di adozione, ultimamente è stato bersaglio del terrorismo. Ma anche il Camerun è attaccato da Boko Haram, che fa incursioni regolari nel Nord e ha ucciso centinaia di persone; però non ha mai ricevuto la solidarietà internazionale che ha ricevuto la Francia, e il nostro presidente Biya non viene nel Nord a rendere omaggio alle vittime».

A parlare è René Dassié, 44 anni, giornalista. Dal 2003 vive in esilio. Fino a quell’anno era capo-servizio del tri-settimanale Le Messager di Douala, la capitale economica del Paese. Ma è finito nei guai per le sue inchieste sui crimini e il malaffare nelle forze armate nazionali. «Siamo un Paese potenzialmente prospero – spiega Dassié –, la popolazione è piuttosto istruita. Ma il potere è concentrato nelle mani di un presidente di 83 anni»: Paul Biya, presidente dal 1982 dopo essere già stato primo ministro dal ’75 all’82. Il presidente eterno di un Paese giovane.

«Per quanto riguarda la libertà di stampa siamo in “zona rossa”: abbiamo una stampa di regime e una stampa indipendente con pochi mezzi e pochi lettori, che rimane senza pubblicità se è ostile al governo. Un altro grande problema è la corruzione…».

Nella sua (forzatamente breve) carriera al Messager René Dassié, laurea in scienze politiche e un master in giornalismo, ha scoperchiato traffici e intrighi in grigioverde. «Guerra di capi ai vertici dell’armée», «Bakassi: dove è finito il denaro dei prigionieri di guerra?» e «Comando operativo: un capitano detenuto si mette a tavola» sono tre titoli delle sue inchieste di quegli anni. La seconda inchiesta si inserisce nell’affaire della contesa con la Nigeria per la penisola di Bakassi: quei «prigionieri» erano stati liberati ma, secondo la denuncia di Dassié, gli arretrati dei loro stipendi erano finiti nelle tasche di alcuni alti ufficiali.

Risultati di questi articoli: la redazione del Messager devastata, arresti, intimidazioni («Me la pagherai», scrive a René un ufficiale, a ripetizione, via Sms). Alla fine lo accusano di aver progettato un golpe. Da detenuto, René subisce ancora intimidazioni e violenze. «Fonti dell’armée mi fecero che capire che rischiavo davvero la morte, cosicché in quel luglio del 2003 lasciai il Paese».

«Allora ero più giovane – tira le somme Dassié – e pensavo di meno alle conseguenze di quello che facevo e scrivevo. Oggi, anche se mi sento ancora impegnato, non mi faccio più coinvolgere emotivamente come allora, e analizzo i fenomeni con maggiore freddezza».

René Dassié è stato caporedattore del sito Afrik.com e membro della sezione camerunense di Transparency International. In Francia, dove è stato accolto dalla Maison des journalistes di Parigi, ha collaborato a varie pubblicazioni e realizzato servizi televisivi.

Ancora l’ultimo Rapporto annuale di Amnesty International (edizione 2015-2016) denuncia fra l’altro a proposito del Camerun: «(Nell’ultimo anno) giornalisti hanno riferito di essersi autocensurati per evitare ripercussioni per aver cri­ticato il governo, specialmente su questioni legate alla sicurezza del Paese. Il Consiglio nazionale per le comunicazioni ha sanzionato più di 20 testate giornalistiche e alcune delle sue decisioni sono state contestate dal sindacato della stampa. A fine anno (2015, ndr) i giornalisti Rodrigue Tongué, Felix Ebole Bola e Baba Wamé dovevano ancora rispondere davanti a un tribunale militare di “omessa denuncia” delle loro fonti».

Nella “classifica” globale di Reporters sans frontières il Camerun occupa il 126° posto su 180 Paesi sotto gli indicatori della libertà di stampa.

Testimonianza raccolta dalla redazione di Vie di fuga a un incontro pubblico organizzato con René Dassié a Torino dal Caffé dei giornalisti, in occasione della manifestazione “Voci scomode“.

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