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Paesi “sicuri”, concetto sicuro?

Vari Paesi dell’Ue finora sono andati in ordine sparso. Ma a settembre la Commissione Europea ha proposto una lista comune di “Paesi sicuri” i cui richiedenti asilo avranno un trattamento meno favorevole (in pratica, un diniego quasi assicurato…). L’analisi di un concetto controverso nei report dell’Asylum Information Database e dell’Europarlamento.

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Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Kossovo, Montenegro, Serbia e Turchia: sono i primi sette Paesi che rischiano di inaugurare la lista dei “Paesi sicuri” (safe countries) per le procedure d’asilo in tutto il territorio dell’Unione Europea.

Per il momento l’iter è al livello di una proposta di regolamento avanzata dalla Commissione Europea a settembre. Ma se alla fine la proposta sarà adottata dall’UE, alla lista potrebbero aggiungersi anche il Bangladesh, il Pakistan e il Senegal.

Procedura safe country, anticamera di diniego

Ad oggi sono almeno 12 i singoli Stati membri che hanno una propria lista ufficiale (vedi la notizia in Dati e ricerche). Per questi Stati, nella gestione delle procedure d’asilo sono safe countries alcuni Paesi considerati in generale “sicuri” dal punto di vista della stabilità democratica e del rispetto dei diritti umani.

Secondo la normativa Ue, tale «presunzione» consente agli Stati membri di applicare una procedura accelerata, una sorta di “doppio binario” per i richiedenti asilo originari di questi Paesi. Come sintetizza un report del Parlamento Europeo, offrire protezione a una persona proveniente da un “safe country” rimane possibile, «ma in questo caso è necessario che il richiedente asilo dimostri il proprio bisogno individuale di protezione».

Nel 2014 secondo gli (scarsi) dati in materia dell’EASO (lo European Asylum Support Office), ben l’89% delle domande d’asilo trattate con procedura accelerata nell’UE hanno ricevuto un diniego. Un dato nazionale: in Francia, negli ultimi due anni sono finite in procedura accelerata quasi tutte le richieste di protezione arrivate da “Paesi sicuri”, il 90%.

A rischio le minoranze

AIDA_logoIl concetto di Paese sicuro è però controverso. Lo staff dell’AIDA (Asylum Information Database), un progetto informativo internazionale guidato dell’ECRE (lo European Council on refugees and Exiles), gli ha dedicato di recente un’analisi dal titolo significativo: “Safe countries of origin”: a safe concept?. In particolare, nel mirino dell’AIDA c’è la definizione di “Paese sicuro” contenuta nell’annex 1 dell’attuale direttiva “Procedure”.

Secondo l’AIDA, le liste di Paesi “sicuri” mettono a rischio la regolarità delle procedure d’asilo. Primo, perché con la loro presunzione di “sicurezza generale” indeboliscono un principio chiave della Convenzione di Ginevra del 1951, che protegge coloro che in patria corrono rischi individuali legati alle loro caratteristiche e convinzioni.

Se è ovvio che situazioni diffuse di guerra e violenza facilitano il riconoscimento della protezione, esistono Paesi dove sono esposte a maltrattamenti e abusi certe minoranze (etniche, religiose, di orientamento sessuale): sono proprio queste ultime, secondo l’AIDA, che rischiano un ingiusto trattamento in Europa se hanno la sfortuna di provenire da un Paese catalogato come sicuro.

In secondo luogo, ad oggi gli Stati membri dell’UE adottano criteri tutt’altro che omogenei nelle loro valutazioni sulla sicurezza altrui. «Su questo sfondo, la proposta della Commissione rischia di innescare una “corsa al ribasso” verso regole più restrittive nelle procedure d’asilo».

Numeri in libertà

AIDA_Legal Briefing_Safe Country of Origin_9_2015Infine, la sempre più diffusa presunzione di sicurezza che circonda, ad esempio, Paesi come l’Albania e la Turchia (quest’ultima, tra l’altro, negli ultimi mesi ha visto aggravarsi sia l’annosa questione curda sia la situazione dei diritti civili) è quantomeno discutibile se si guarda ai dati sui tassi di riconoscimento dei loro richiedenti asilo.

Nel primo trimestre 2015 la Francia ha concesso protezione in prima istanza al 17% dei richiedenti albanesi e la Germania al 2% scarso, ma la Svizzera al 33%. Quanto alla Turchia, se la media dell’accoglimento delle richieste d’asilo nell’UE e nell’”Area Schengen” nei primi due trimestri dell’anno è stato del 30% scarso, in Svizzera si libra addirittura sul 70%…

Ma sono tutt’altro che trascurabili anche solo le percentuali medie di accoglimento delle domande d’asilo che arrivano dai tre Paesi che potrebbero essere inseriti nella lista UE dei Paesi sicuri in seconda battuta: il Bangladesh (10% di accoglimento nel 2014), il Pakistan (27%) e il Senegal (34%).

La paura? Se non appare “chiaramente” non vale…

Intanto, già oggi sui richiedenti asilo che cadono nelle varie liste nazionali pesa un onere di prova ben più gravoso di quelli inseriti nelle procedure normali. «In Belgio – esemplifica ancora l’AIDA – un ben fondato timore di persecuzione nel Paese d’origine deve “apparire chiaramente” dalle dichiarazioni del richiedente» che ha abbandonato un Paese “sicuro”. Mentre spesso queste prove di persecuzione individuale devono essere fornite in tempi brevissimi: entro cinque giorni ancora in Belgio, addirittura tre in Ungheria.

Allegati

“Paesi sicuri”: la proposta della Commissione UE in sintesi (settembre 2015, file .pdf)

“Safe countries of origin”: a safe concept? (AIDA, settembre 2015, in inglese, file .pdf)

Safe countries of origin: proposed common EU list (Parlamento Europeo, ottobre 2015, in inglese, file .pdf)

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