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Bambino Gesù ho temuto che tu quest’anno non arrivassi. Lettera da Lampedusa

Una lettera dal cuore dell’inverno è arrivata nelle mani della redazione di Vie di fuga e abbiamo sentito l’urgenza di pubblicarla, condividerla, farla girare fra le strade del mondo e nelle strade tortuose dei nostri cuori. La lettera è stata scritta da Suor M. Cristina appartenente alle UISG (l’Unione Internazionale delle Superiore Generali) di Lampedusa e ci parla del Natale appena trascorso e dei morti che il mare restituisce, ogni giorno, anche quando si celebra la nascita di Cristo.

Lampedusa, 26 dicembre 2025

BUON NATALE, BAMBINO GESÙ

Per qualche giorno ho temuto che tu quest’anno non arrivassi… perché per tanti giorni, prima della tua venuta, si è parlato e si è sentito solo l’odore sgradevole di morte.

Ma tu sei nato anche qui a Lampedusa… dove il mare non chiede permesso, e la morte arriva prima della notizia. A volte arrivano vivi, a volte arrivano i corpi, che chiedono solo silenzio.

Scrivo perché le famiglie e gli amici cercano chi è partito e cercano chi non è arrivato.

Cercano con fotografie consumate, con voci che attraversano i continenti. Cercano perché l’amore è ostinato. Perché la verità non dovrebbe essere un favore. Perché il dolore senza un corpo è un pozzo senza fondo. Le famiglie cercano, cercano… perché l’amore non sa arrendersi. Proviamo per un attimo a mettere in questa situazione una qualsiasi persona a noi cara… persona che non ritroviamo, e che non ritroveremo…

Dicono: “Si teme il naufragio”. Io dico: si è scelto il ritardo. Il cielo ha visto. Il radar ha visto. Il tempo ha visto. Solo la risposta non è arrivata.

Scrivo perché questo Natale è arrivato un po’ storto. Già dal giorno 18 Dicembre si parlava di 117 persone che dovevano arrivare, ma poi più nessuna notizia. Scrivo con l’inchiostro salato del pescatore tunisino… non so che tipo di inchiostro sia, ma so da dove viene: dal gesto di voler a tutti i costi salvare qualcuno, qualcuno che al mondo non interessa più.

È così che un uomo ritorna a respirare, solo uno, l’unico: “Sono rimasto solo io per raccontare…”. Tutto il resto si trasformò in voci, si trasformò in numeri, si trasformò in silenzio. La barca era partita da Zuara -una città della Libia- in una notte poco sicura, c’erano più di 100 persone… 117… poi meno. La matematica cambia quando la vita cade in acqua, impara a sottrarre i nomi. Il Mediterraneo centrale ingoia ciò che l’Europa non vuole includere, mentre i governi imparano in fretta le politiche dei porti chiusi, e si chiudono alle risposte.

La notizia è arrivata lentamente. Ci è voluto così tanto tempo, che sembrava non fosse ancora accaduto… “Sono rimasto solo io per raccontare…”. Se non rimanevi tu forse non avremmo mai saputo nulla… come capita tante volte: naufragio fantasma, spariti nel nulla. Ci hanno detto che sono più quelli che muoiono annegati di quelli che arrivano a Lampedusa.

Dicevano: “Si teme il naufragio”. Il verbo “temere” serve a evitare di dire: “Lo sapevamo”. Serve a evitare di dire: “È stato abbandonato”. Serve a evitare di dire: “Abbiamo scelto di non partire per soccorrere”.

Dicono che gli immigrati scompaiono. Non scompaiono, sono fatti per scomparire. Diventano fantasmi perché i fantasmi non chiedono né terra, né acqua, né pane. Si inseriscono nell’ultima notizia del giornale.

Un Natale incominciato storto, diverso. Perché il mare l’antivigilia di Natale ha restituito un uomo morto, e l’ha restituito senza volto, sì, senza volto. Il corpo era così consumato dall’acqua, dal tempo e dall’incuria che nessuno è riuscito a riconoscere chi fosse stato. Non era mancanza di identità, era mancanza di cure. Mancava aiuto. Mancavano risposte. Mancava qualcuno che pronunciasse il tuo nome prima che il sale lo cancellasse. Mi sono ricordata di te, Gesù. Non nel modo bello delle immagini che ci presentano a Natale, ma nel modo antico delle parole che dicono ci sia stato un tempo in cui nemmeno i tuoi ti riconoscevano: “… tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo…” (Isaia 52,14). … così sfigurato che non sembravi più umano. Anche qui è stato così. Quest’uomo non è stato riconosciuto da nessuno, non perché il mare sia crudele, ma perché l’incuria ha insegnato al mare a completare l’opera.

La vigilia di Natale, al mattino presto, siamo andate al cimitero con una scaletta trasportabile -come di consueto- per portare un fiore a quattro nuovi arrivati: “Ignoto 1 femmina” e gli altri tre “Ignoti maschi”. Solo un fiore di plastica, perché non c’è posto per un vaso, e le pietre preziose delle preghiere fatte il 26 di ogni mese a Reggio Emilia, pietre preziose perché custodiscono i nomi, i volti e le intenzioni (ma di questo parleremo un’altra volta). Quando stavamo terminando il nostro servizio, sono arrivati quelli delle Pompe Funebri che hanno aperto la camera mortuaria, don Carmelo è apparso senza preavviso per una benedizione, e anche altre persone (che si trovavano al cimitero per una visita ai loro parenti) si sono unite a noi per una preghiera.

Nessuno aveva organizzato nulla, nessuno aveva chiamato nessuno, e ci siamo trovati tutti lì. Abbiamo pregato per tutti, anche per chi non condivide la stessa Fede, ed è stato un momento molto importante, che penso abbia fatto sentire a ciascuno di appartenere a qualcosa di più grande della morte. L’odore era insopportabile… forse la cassa di questo nostro amico senza volto non era ben chiusa. Forse nemmeno il mondo lo è.

Nel pomeriggio siamo andate al molo, dove gli addetti ogni tanto vengono a prendere le barche, i barconi, i gommoni, i pescherecci (altrimenti ce ne sarebbero tanti che arriverebbero fino in Libia), li caricano sui camion e li portano al cimitero delle barche (come da noi il cimitero delle auto). Tante volte ho guardato con curiosità questa operazione: prima di essere trasbordate, le imbarcazioni vengono ripulite da un signore che con un gran forcone tira su tutti i vestiti sporchi puzzolenti e inzuppati d’acqua, scarpe, calze, plastiche, bottiglie di pipì, scarti alimentari e altro.
 
Una volta avevo chiesto che se avessero trovato Rosari, Corano, Bibbie… non li buttassero nell’immondizia, e che io li avrei custoditi volentieri. Quell’uomo non mi ha mai detto niente, ma proprio il giorno del nostro amico senza volto (né prima, né dopo, perché il Signore è puntuale) lui mi ha chiamato e mi ha detto: “Ho una cosa per te” e mi ha dato un quadretto ancora bagnato di acqua e sabbia, un quadretto con una scritta in arabo, e chi me l’ha tradotta mi ha detto che è un versetto del Salmo 45: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo”. È veramente stato il mio regalo di Natale!

Alla sera, nella veglia di preghiera, don Carmelo ci ha invitato a non abituarci a queste cose, non possiamo pensare che sia normale che il mare inghiottisca persone in questo modo. Ha ricordato questo nostro fratello senza volto, anche lui certamente con la sua storia, con i suoi fratelli, amici e conoscenti, e con certezza qualcuno lo stava piangendo da qualche parte di questo pianeta. E tutti abbiamo pensato alla sua mamma.

Sembrava più Venerdì Santo che Natale: non c’erano annunci di nascita, si parlava di morti. Niente inni, solo silenzio. Scrivo perché non possano dire in seguito di non averlo saputo. Scrivo per non abituarmici.

Poi don Anudeep, con fare solenne, ha preso Gesù Bambino e lo ha deposto nella mangiatoia. Buon Natale, Gesù Bambino. Già in tanti sono venuti a visitarti. Non da ultima, anzi direi per prima, quella bambina che in francese ci ha detto: “Sono arrivata da sola, la mia mamma è rimasta in Libia”… Perché sarà rimasta in Libia, le avranno divise di proposito? A volte capita. Non avrà avuto i soldi a sufficienza? Avrà pensato: “Prima va la mia bambina”? Vita che dona vita? Il motivo non lo so, e neppure quelli che abbiamo incontrato e ci hanno raccontato la stessa storia non ne sapevano il motivo. Una cosa io so: vorrei essere ricca e potente per poter cambiare la sorte almeno per qualcuno. Buon Natale, Gesù Bambino!

Sr M. Cristina

 

 

 

 

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