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A Torino prosegue il processo contro il CPR per la morte di Moussa Balde

Moussa Balde nasce e cresce in Guinea. Nel 2015 parte per l’Europa. A 23 anni finisce nel Cpr di Torino e qui si toglie la vita. Ora un processo cerca di fare giustizia per dare dignità a un’esistenza calpestata dalla democratica Europa.

Aveva lasciato il Paese alla fine del 2015, inseguendo la speranza di un futuro migliore. La sua vita, segnata da spostamenti continui tra Francia e Italia, era una corsa contro i documenti che non arrivavano mai. Lui, come tanti connazionali e tanti migranti con un destino simile, viveva nell’illegalità. di un meccanismo burocratico che non lascia spazio e tregua.

Nel maggio 2021, mentre faceva l’elemosina a Ventimiglia, fu brutalmente aggredito da tre uomini italiani che lo colpirono a sprangate. Ferito, venne portato, non in un ospedale come sarebbe stato corretto e normale (se avesse avuto i documenti), ma nel Cpr di Torino. Qui fu trasferito nella cosiddetta «cella pollaio» dell’ospedaletto. In isolamento, dopo pochi giorni, senza possibilità di comunicare con l’esterno, si tolse la vita.

Per fare chiarezza e giustizia su questa vicenda l’8 settembre è iniziato il processo contro il CPR che con i suoi meccanismi di tortura e negazioni di diritti ha tolto la vita a Moussa e a tante persone come lui. Imputata l’ex direttrice e il medico responsabile sanitario della struttura per omicidio colposo.

Oggi, 22 settembre, giorno di mobilitazione nazionale di denuncia per il genocidio palestinese, una nuova udienza del processo vede protagonista anche la madre di Moussa, arrivata dalla Guinea grazie a una rete di sostegno. L’udienza si apre con la lettura, da parte dell’avvocato Gianluca Vitale, di un comunicato della rete Pro Pal, che lega la vicenda del giovane migrante alla più ampia richiesta di giustizia internazionale:

«Crediamo che sia giusto, in senso etico ben prima che codicistico, che nelle aule dove si fa giustizia si ricordi e si condanni quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, nell’auspicio che quei crimini possano un giorno essere processati. E, ci auguriamo, anche in queste aule».

Così prende corpo la giornata in cui il Tribunale torinese ricostruisce la morte di Moussa Balde, 23 anni, colpevole di aver sognato e di aver provato a realizzare i suoi sogni. 

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