Nel 2025 gli ingressi nei CPR (Centri per il rimpatrio) sono stati oltre 6.800, il dato più elevato dqal 2015. Ma nello stesso anno dai centri sono stati eseguiti poco più di 1.700 rimpatri, il 45% in meno rispetto al 2022. Il rapporto “Espulsioni” di ActionAid e Università di Bari offre la prima sistematica analisi empirica del funzionamento del sistema italiano di rimpatrio nel decennio 2015-2025. Lo studio prende in esame, fra l’altro, i costi economici e umani della detenzione dei migranti.

Dal 2015 al 2025 sono stati adottati in Italia circa 302 mila provvedimenti di allontanamento e sono stati realizzati circa 66 mila rimpatri, vale a dire 22 rimpatri ogni 100 provvedimenti. Però «in nessun anno il rapporto supera un terzo – calcola il rapporto Espulsioni pubblicato ieri da Actionaid e Università di Bari -. Nel 2025 il tasso risale al 31,5%, ma il miglioramento è un effetto statistico prodotto dalla forte diminuzione dei provvedimenti adottati: rispetto al 2015 i rimpatri aumentano appena del 6%, mentre i provvedimenti diminuiscono di oltre il 15%».
Il report, che offre la prima sistematica analisi empirica del funzionamento del sistema italiano di rimpatrio nell’arco di un decennio, denuncia prima di tutto che la capacità di rimpatrio del Belpaese è strutturalmente fragile. Ad esempio, fra 2022-2024 la Tunisia conta da sola la metà dei rimpatri forzati eseguiti. Però nel ’25 i rimpatri su volo charter verso la Tunisia sono crollati da 1.705 a 360. «Il caso mostra con chiarezza quanto la politica di rimpatrio italiana sia esposta alla disponibilità a cooperare dei Paesi terzi, una disponibilità che l’Italia non controlla unilateralmente e deve essere continuamente negoziata e mantenuta attraverso una complessa e costosa diplomazia delle migrazioni».
Ma soprattutto, nel periodo studiato i rimpatri forzati rappresentano fra il 71% e il 93% del totale. L’obbedienza autonoma agli ordini di allontanamento cresce fino a 1.313 casi nel 2025, «ma resta scarsamente tematizzata come strumento di policy». Invece, «i rimpatri volontari assistiti dipendono fortemente dalla continuità dei finanziamenti e dei progetti: quando la macchina amministrativa si inceppa, anche i risultati crollano».
Ancora, «più posti e più ingressi nei CPR (Centri per il rimpatrio) non si traducono automaticamente in più rimpatri», e qui «il confronto tra 2022 e 2025 è particolarmente istruttivo»: nel ’22, sono entrate nei CPR 6.457 persone e dai centri sonostati eseguiti 3.154 rimpatri. Nel 2025 però gli ingressi sono saliti a 6.835, il valore più alto del periodo, mentre i rimpatri dai CPR sono crollati a 1.732, il 45% in meno. Nello stesso periodo i rimpatri forzati complessivi sono cresciuti del 22%, mentre quelli realizzati senza passare dai CPR sono quadruplicati.
Negli anni il costo economico dei rimpatri è aumentato, arrivando a una stima di 20.200 euro per un rimpatrio avvenuto dai centri di detenzione nel 2025. Ma si può provare danche a calcolare il “costo umano” dei rimpatri. Per misurare la coercizione impiegata per produrre un risultato esecutivo, il report mette in rapporto le giornate complessive di trattenimento prodotte dal sistema con i rimpatri eseguiti dai CPR». Così, si può osservare che «nel 2025 si raggiungono circa 148 giornate complessive di detenzione per ogni rimpatrio, più del doppio della media 2018-2024». Quindi, «il sistema produce una quantità crescente di privazione della libertà per ciascun rimpatrio ottenuto».
Per i curatori del rapporto ActionAid-Università di Bari la questione “politica” «non è dunque soltanto quanti rimpatri lo Stato riesca a eseguire, ma quanta coercizione sia realmente necessaria per produrli e se il suo costo materiale e umano sia proporzionato al risultato ottenuto».
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