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CPR di Bari, è sentenza finale: quel centro danneggia l'”identità cittadina”

 

Con i trattamenti disumani che infligge, un CIE-CPR danneggia la città in cui si trova e questo danno merita un risarcimento. Se ne parla su “Questione giustizia”, che in questi giorni ha raccontato una battaglia giudiziaria iniziata nel 2012, quando due cittadini promossero un’azione popolare contro le condizioni «inumane e degradanti» dei migranti trattenuti nel CIE del capoluogo pugliese. Ora, la sentenza finale d’Appello costituisce un precedente importante, «destinato a produrre effetti ben al di là del caso specifico».

 

(Foto Questione Giustizia 2026).

 

Con i trattamenti disumani che infligge, un CPR danneggia la città in cui si trova (e questo danno merita un risarcimento). Se ne parla sulla rivista on line Questione giustizia, che in questi giorni ha raccontato la fine di una battaglia giudiziaria iniziata nel 2012, quando due cittadini baresi, Luigi Paccione e Alessio Carlucci, promossero un’azione popolare denunciando le condizioni «inumane e degradanti» dei migranti trattenuti nel (CIE, oggi CPR) di Bari. 

Nel 2017 il Tribunale di Bari aveva riconosciuto il danno all’immagine della città. Nel 2020 la Corte d’appello del capoluogo pugliese lo aveva ridefinito come danno da lesione dell’identità cittadina (per la cronaca, riducendo a 20 mila euro l’importo riconosciuto in origine). Ma tre anni dopo la Cassazione aveva cassato questa sentenza con rinvio. E così, nel 2025 la Corte d’appello barese, «con una motivazione puntuale e rigorosamente argomentata», ha confermato l’importo già stabilito dalla sentenza cassata. La sentenza  finale (v. allegato) è dello scorso luglio ma è stata pubblicata solo a novembre.

E adesso? Occhi puntati su Roma

Ora, scrivono i giuristi Gennaro Santoro e Raffaele Biondo su Questione giustizia, «la testa non può che andare all’attuale CPR di Bari (dove, fra l’altro, a febbraio è morto il giovane Simo Said, ndr) e alle altre città dove vi sono CPR e dove si continuano a consumare gravissime violazioni dei diritti umani. Dunque, in tali città lo strumento dell’azione popolare può essere utilizzato. Se la nostra è veramente una comunità fondata sulla libertà e sulla dignità di ogni essere umano, è un dovere collettivo – per preservare la nostra identità – salvaguardare quelle che Bobbio chiamava “pre-regole”, le regole senza le quali non si potrebbe parlare di democrazia: la libertà civile, il pluralismo, la persuasione contro la violenza. E quando queste regole vengono violate, è dovere della comunità reagire e combattere con ogni mezzo per il loro rispetto. Allora non si tratterà solo di risarcire i danni o di chiudere i centri. Si tratterà di decidere che tipo di comunità vogliamo essere e di avere il coraggio di difenderlo dentro e fuori le aule di un tribunale».

Insomma, la sentenza d’Appello di Bari è un precedente importante, «destinato a produrre effetti ben al di là del caso specifico».

Ma già nel marzo ’25, 16 docenti universitari avevano depositato un atto di citazione al Tribunale civile di Roma in cui, come «attori popolari», chiedevano che il ministero dell’Interno fosse fosse obbligato a chiudere il CPR di Ponte Galeria e a risarcire l’Urbe del danno inflitto alla sua identità con questa struttura.

Allegato

La sentenza finale della Corte d’Appello di Bari (8/7/2025, pubblicazione 10/11/2025, file .pdf)

 

 

 

 

 

 

 

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