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Nuovo rapporto TAI dopo sei missioni a Gjadër: “Italia-Albania, sospendete quell’accordo”

 

Nell’ultimo periodo monitorato dal Tavolo asilo e immigrazione, fra aprile e luglio, le persone trasferite a Gjadër sono 132, ma quelle effettivamente rimpatriate appena 32. «Una farsa che ha prodotto, prima del prevedibile intervento della magistratura, violazioni dei diritti fondamentali in nome di interessi del tutto divergenti da quelli dell’Italia».

 

Voglio solo qualcosa per perdere tempo.
Siamo dimenticati. Quando mi chiamano io dico “non ci sono”, perché da quando sono qui
non ci sono. Sono cinque giorni che prendo medicine per la testa. Prima non l’ho
mai fatto. È un canile. Ho scelto l’avvocata a caso da una lista. Siamo abbandonati da tutti.

Testimonianza di un “trattenuto” a Gjadër, 2025

 

«La decisione del governo italiano di volere a tutti i costi realizzare una struttura di detenzione amministrativa al di fuori del territorio nazionale è espressione della volontà di assumere la leadership in Europa nella definizione di politiche di esternalizzazione sempre più cruente e oppressive, comprimendo i principi di diritto contenuti nella legislazione europea. L’attuazione del protocollo Italia-Albania va immediatamente sospesa».

Lo si legge nelle raccomandazioni finali del rapporto Ferite di confine. La nuova fase del modello Albania, realizzato dal Tavolo nazionale asilo e immigrazione (TAI) e presentato in queste ore a Roma. 

Il report nasce come prosecuzione e aggiornamento della pubblicazione Oltre la frontiera. L’accordo Italia-Albania e la sospensione dei diritti, pubblicato a marzo.

Rispetto a quella prima fase, incentrata sul trasferimento coatto in territorio albanese dei richiedenti asilo intercettati in mare e provenienti da Paesi cosiddetti “sicuri”, il quadro è mutato radicalmente.

Ad aprile infatti, in seguito ad interventi della magistratura italiana ed europea, il governo Meloni ha avviato un nuovo schema operativo: il trasferimento coatto nel centro di Gjadër di persone già trattenute nei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) in Italia, introducendo un dispositivo di detenzione amministrativa “d’oltremare” a bassa trasparenza e ad alto potenziale lesivo dei diritti fondamentali.

Tra aprile e luglio vari membri delle organizzazioni del “Tavolo” hanno realizzato sei missioni in Albania in collaborazione con 24 deputate e deputati della Camera e del Parlamento Europeo. 

Sono stati effettuati colloqui con circa 30 migranti “trattenuti”. Nel periodo monitorato le persone trasferite a Gjadër sono state 132, ma quelle effettivamente rimpatriate appena 32. «Una farsa che ha prodotto, prima del prevedibile intervento della magistratura, violazioni dei diritti fondamentali, in nome di interessi del tutto divergenti da quelli dell’Italia».

Nei CPR posti vuoti? Li mandiamo a Gjadër lo stesso…

(Qui, in apertura e sotto, foto TAI 2025).

I numeri della detenzione amministrativa nel nostro Paese, spiega sempre il nuovo report, «palesano la mancata efficacia dello strumento: sui 1.400 posti circa che dovrebbero contare gli 11 CPR attivi, meno di 800 sono davvero disponibili. [Tuttavia] dalle visite di monitoraggio effettuate, anche di recente, dalla società civile insieme a parlamentari dell’opposizione, si riscontra una disponibilità di posti anche nell’ambito di questi 800: circostanza che indica come alla base dell’avvio della seconda fase del “modello Albania” non ci sia alcuna necessità concreta legata alle strutture presenti in Italia».

Ma c’è di più. I trasferimenti dai CPR italiani a quello di Gjadër «avvengono sistematicamente senza un provvedimento scritto e motivato. Nei casi esaminati, risulta anche evidente come le misure coercitive siano state adottate in modo del tutto arbitrario e in violazione della normativa vigente». Senza contare, nello scorso maggio, l’episodio già noto, ma inaudito e di dubbia legalità, del primo rimpatrio forzato “esternalizzato”, cioé organizzato da autorità italiane direttamente dall’Albania, fuori dal territorio nazionale.

Un isolamento ancora peggiore che in Italia

Alla metà di maggio, a poco più di un mese dal traferimento in Albania del primo migrante già rinchiuso in Italia (11 aprile) e con una presenza complessiva stimabile in 40-60 persone, il Registro eventi critici di Gjadër riportava già 42 casi.

Fra gli altri, almeno due tentativi di suicidio per impiccagione, un caso di ingestione di una chiusura lampo, un tentativo di ingestione di bagnoschiuma, due migranti internati (e poi fatti rientrare in Italia) per disturbi del comportamento.

«L’isolamento forzato a Gjadër non è solo una condizione materiale, ma una condizione sistemica di marginalizzazione che rende le persone invisibili, silenziose e passive, contribuendo a una disumanizzazione istituzionalizzata ancora più estrema rispetto ai CPR sul territorio italiano».

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