Cinque studenti di Gaza ammessi a frequentare le università italiane hanno inviato una lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiedendogli di aiutarli a tutelare il loro diritto allo studio, la loro dignità e il loro futuro messi a rischio dalla guerra e dalle lentezze della burocrazia.

«Abbiamo ricevuto con orgoglio la notizia di essere stati accolti dalle università italiane: per noi non è stato soltanto un traguardo accademico, ma anche un segno di vita e di futuro in mezzo a distruzione e privazioni. Eppure oggi questo diritto ci viene negato. I ritardi nel rilascio dei visti e l’assenza di un canale sicuro per lasciare Gaza ci impediscono di raggiungere l’Italia e di iniziare il percorso di studi per il quale siamo stati selezionati. Così restiamo ostaggi delle frontiere e privati del diritto allo studio e di una possibilità di futuro».
Cinque studenti di Gaza ammessi a frequentare le università italiane hanno inviato in questi giorni una lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiedendogli di aiutarli a tutelare il loro diritto allo studio, la loro dignità e il loro futuro messi a rischio dalla guerra e dalle lentezze della burocrazia.
Si legge ancora nel documento, nel quale i cinque firmatari affermano di parlare anche per altri giovani nelle medesime condizioni: «Per noi continuare a studiare ed acquisire competenze significa anche rafforzare la nostra comunità e la nostra stessa esistenza. Significa coltivare la speranza di poter tornare un giorno nella nostra terra e di essere pronti a ricostruirla, con le conoscenze e le capacità che avremo maturato grazie alle università italiane».
Ma anche: «Signor Presidente, chiediamo che il genocidio venga fermato, chiediamo il rispetto dei diritti che la Costituzione italiana, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo riconoscono a ogni persona, senza discriminazioni».
L’appello, che è stato diffuso dal Forum per cambiare l’ordine delle cose, è firmato dai giovani Zaina, Aesha, Majd, Shahd, Mohamed e da «tutti e tutte coloro che, come noi, restano ancora dei “sopravvissuti”».














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