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Archivio Month: Dicembre 2011

Rifugiati politici e richiedenti rifugio incontrano Monsignor Nosiglia

L’arcivescovo di Torino, Monsignor Cesare Nosiglia, ha incontrato i rifugiati, richiedenti asilo e rifugio della città, martedì 28 dicembre presso la chiesa di Gesù Operaio di via Leoncavallo: un’occasione di dialogo e confronto. Fredo Olivero direttore dell’Ufficio Pastorale Migranti di Torino era presente e racconta così l’incontro al quale hanno partecipato oltre 150 persone provienienti da 11 Paesi diversi  Monsignore, ascolti le nostre storie…  di Fredo Olivero* Ascoltare il grido di dolore e speranza che viene dai richiedenti rifugio – rifugiati – soggetti a protezione umanitaria e farsi interprete morale di fronte ai politici locali (Comune, Regione, Prefettura) e nazionali (Governo), farsi voce di chi è in difficoltà: sono questi i motivi per cui l’Arcivescovo di Torino Monsignor Nosiglia ha voluto ascoltare storie di vita, nella maggior parte dei casi assai simili nella loro drammaticità, di giovani provenienti dall’Africa (Libia, in particolare) di 11 nazionalità diverse (anche asiatiche). E’ stato un ascolto attento durante il quale Monsignor Nosiglia ha preso appunti sui passaggi più significativi. In 150 hanno accolto l’invito e si sono espressi sulle difficoltà e i problemi che stanno vivendo: l’isolamento, la condizione dell’essere “parcheggiati”, la noia quotidiana, i problemi di salute gravi non affrontati, di residenza, di trasporto, di dialogo con la popolazione, di permesso di soggiorno, le lunghe attese prima di essere ascoltati dalla “Commissione per i rifugiati” (e, poi, forse, respinti), la mancanza di cibo per chi vive nelle “case occupate” da 4 anni senza prospettiva di un’abitazione e di un lavoro (persone che hanno già il

Rifugiati, richiedenti asilo e rete Sprar: i dati del Piemonte

Sei enti locali, otto progetti e 323 persone accolte in un anno (297 “ordinari” e 26 “vulnerabili”): sono i numeri della rete Sprar in Piemonte fra 2010 e 2011. Nella regione, intanto, fra 2005 e 2008 sono stati concessi 6.144 permessi di soggiorno per richiesta d’asilo, asilo politico e motivi umanitari.

Progetti Sprar, chi entra e chi esce: numeri per un bilancio sociale

 Si può misurare l’efficacia di una “buona pratica diffusa” come la rete di enti locali dello Sprar? Nel 2010 sono usciti dai suoi progetti circa 2.750 assistiti. La motivazione più frequente (43% di tutte le uscite) è l'”aver portato avanti il proprio percorso di integrazione”.

Qu’ils reposent en révolte (des figures des guerres)

  Qu’ils reposent en révolte (des figures des guerres) – di Sylvain George – Documentario – Francia 2010 – 150′ Qu’ils se reposent en révolte è la seconda parte di un trittico realizzato dal cineasta francese Sylvain George. Racconta un viaggio nell’arco di tre anni all’interno della cosiddetta “foresta” di Calais, una terra di frontiera, un limbo in cui risiedono forzatamente molti migranti che vorrebbero raggiungere le coste inglesi.

Les éclats (Ma gueule, ma révolte, mon nom)

Les éclats (Ma guele, ma révolte, mon nom) – di Sylvain George – Documentario – Francia 2011 – 84′ Al Torino Film Festival 2011 è stato presentato l’ultimo lavoro di Sylvain George – Les éclats. (Ma gueule, ma révolte, mon nom) – che è anche il documentario conclusivo del trittico composto da L’Impossible (2009) e Qu’ils reposent en révolte (2010). Sylvain George ha lavorato su queste tre opere per dieci anni, cercando una forma cinematografica assolutamente personale in grado di (ri)dare dignità ai suoi protagonisti: i migranti, ossia individui spogliati dall’Europa di ogni diritto e ridotti a quello stato definito da Benjamin di «nuda vita». Les éclats è ambientato a Calais, una città del nord della Francia balzata alle cronache nel 2002 quando Nicolas Sarkozy (allora Ministro degli Interni) aveva fatto chiudere un campo per stranieri gestito dalla Croce Rossa. Calais è la porta per entrare in Gran Bretagna, meta agognata da moltissimi migranti. È la città delle attese infinite, di una vita lasciata in sospeso per un futuro tenuto ancora più sospeso dall’illegalità, dalla possibile morte, dalla burocrazia europea. Il documentario di George racconta questa quotidianità, in frammenti: retate, cacce all’uomo, arresti, tribunali, attese, bagni e ancora retate e speranze che si affievoliscono fino a spegnersi. Il regista tenta di rendere conto di questa realtà e di mostrare in maniera concreta – riuscendo a evitare una spettacolarizzazione – quali sono le conseguenze sulle persone (sulla carne, sulla vita e sulla morte) delle politiche migratorie in Europa. Sylvain George prende

Three and a half

 Three and an half – di Naghi Nemati – Drammatico – Iran 2011 – 80′ Hanieh, Homa e Banafsheh sono tre detenute in un carcere iraniano che, ottenuto un permesso di libera uscita, decidono di scappare dal Paese per ricominciare all’estero una nuova vita. La fuga deve essere organizzata illegalmente e le tre donne si devono accordare con un trafficante per riuscire a fuggire dal Paese. L’uomo le tradisce e tutti i piani cambiano, così come cambiano le prospettive di conoscenza fra le donne stesse che si trovano a vivere l’attesa estenuante di un futuro incerto diviso fra la prigionia, la malattia e la libertà. Il regista è Naghi Nemati, iraniano, classe 1977, artista poliedrico approdato ai lungometraggi nel 2007 con Those three. Nemati con il film Three and a half ha voluto seguire il destino di tre ragazze iraniane che rischiano la propria esistenza per migliorare le loro condizioni di vita. Vi è un’attenta descrizione delle sofferenze e delle difficoltà che le tre protagoniste sono costrette ad affrontare e che subiscono in nome di sogni e speranze. Il film ha una narrazione frammentata in cui vi è un andare avanti e indietro nel tempo che solo alla fine si risolverà in un quadro completo (anche se alcune cose si possono presagire prima della fine). Il sistema di flashforward appare come una nuova presa di posizione del regista nei confronti della classicità del cinema iraniano, così anche lo stile secco e crudo, senza concessioni a formalismi, che ritrae delle protagoniste

Ferrhotel

A Bari, come in molte altre città d’Italia, un gruppo di rifugiati somali ha occupato una stabile abbandonato per riuscire ricavarsi uno spazio di dignità, uno spazio dove tentare di ricominciare a vivere una vita in Italia. L’edificio barese occupato è un ex albergo delle Ferrovie Italiano: il Ferrhotel che, in un viavai di persone che arrivano, partono e ritornano, torna a vivere una nuova dimensione di vita. Il documentario racconta alcune vicende dei rifugiati somali insediatisi nel Ferrhotel ed è stato realizzato da Mariangela Barbanente (Mola di Bari, 1968) in collaborazione con Sergio Gravili e presentato nella sezione Italiana.doc del Torino Film Festival 29. Il desiderio degli autori era quello di raccontare «cosa succede nella vita di un rifugiato dopo l’emergenza. Dopo gli sbarchi, i centri di accoglienza, la conquista di un permesso di soggiorno. Quella zona grigia che precede un’integrazione possibile (e spesso disattesa)». Il documentario entra intimamente nella vita dei protagonisti che non vengono mai intervistati ma ripresi mentre semplicemente si lasciano vivere, discorrono, si confrontano e si adeguano a una terra che spesso gli rimane ostile (tutto avviene all’interno del Ferrhotel, in una clausura che sembra rappresentare l’isolamento dei somali in Italia). Le loro preoccupazioni assomigliano più che mai alle nostre stesse, legate come sono allo spettro di nuove povertà e alla precarietà: la crisi, la difficoltà di trovare un lavoro, la paura di avere la famiglia lontana, la mancanza di un tetto. Ferrhotel è un viaggio fra uomini e donne ‘invisibili’, di cui la nostra

[S]comparse

[S]comparse è un documentario realizzato da Antonio Tibaldi intorno al film Terraferma di Emanuele Crialese, girato per cinque mesi nell’isola di Linosa. Antonio Tibaldi racconta l’umanità dietro e accanto la macchina da presa. Lo fa cercando di partecipare in prima persona alle giornate e ai ciak degli isolani e delle (s)comparse africane (è così che un ragazzo africano si descrive per errore) reclutate come clandestini. Ecco lo straordinario ‘fake’. Chi ha vissuto in prima persona il viaggio della morte e della disperazione sulle carrette del mare si ritrova ora a rinterpretare se stesso. Con gli abiti scelti da esperte costumiste e piccoli gesti in scena costruiti a tavolino da aiuto registi. La finzione tenta il recupero della realtà, usando i veri protagonisti delle vicende raccontate e istruendoli per il raggiungimento della verosimiglianza. Negli occhi dei figuranti africani c’è stupore, paura (vi è una scena notturna in mare in cui devono nuotare fino a raggiungere una barca), rivendicazione, noia. Il documentario arriva ad affrontare il tema del razzismo in maniera indiretta, alternando interviste a gesti di quotidianità e così si scoprono le inquietudini degli abitanti dell’isola e la loro capacità di apertura. Le riprese del film riescono infatti a smuovere opinioni e arrabbiature, di grande impatto  un anziano che prepara la passata di pomodoro facendo un discorso di accoglienza o la farmacista dell’isola chiusa nella sua idea di straniero come nemico. Si scoprono i punti di vista dei migranti, pronti a lamentarsi per la paga di comparsa e per i tempi

IL DIRITTO D’ASILO - REPORT 2020

“Alcune volte è una fuga, altre una scelta, sempre contiene una speranza e una promessa. La strada di chi lascia la sua terra”. Una graphic novel che racconta alle nuove generazioni le storie, le persone e le ragioni delle migrazioni.

La vignetta

by Mauro Biani – Repubblica
maurobiani.it

IL DIRITTO D’ASILO - REPORT 2020

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