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Global compact sui rifugiati, il punto sull’attuazione: “Soluzioni durevoli cercansi…”

In una cornice di indicatori precisi, l’UNHCR tenta di fare il punto sull’applicazione del Global compact sui rifugiati approvato nel dicembre 2018 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’Alto commissario ONU per i rifugiati: «In un mondo in cui lo sradicamento forzato ha continuato a crescere, in cui le “soluzioni durevoli” scarseggiano e l’impatto della pandemia di COVID-19 si fa sentire duramente nei Paesi che ospitano più rifugiati, il messaggio che viene dai dati è chiaro. Se molto è stato fatto, bisogna intensificare la condivisione delle responsabilità». Nel 2020 è potuto tornare a casa solo l’1% dei rifugiati, contro il 3% del 2016. 

L’immagine di copertina del rapporto “Global compact on refugees. Indicator report” (foto UNHCR/A. Kwarte).

 

17 dicembre 2018, quasi tre anni fa: l’Assemblea generale dell’ONU approvava il Global compact sui rifugiati, un “patto” mondiale per una condivisione meno aleatoria e più equa delle responsabilità nelle situazioni che vedono coinvolti i rifugiati. Ora, l’UNHCR ha pubblicato il primo rapporto che, in una cornice di precisi indicatori, tenta di fare il punto sull’applicazione del Compact. 

«Il quadro che è emerso è eterogeneo – ha sintetizzato Gillian Triggs, assistente dell’Alto commissario dell’UNHCR per la Protezione -. Osserviamo come i Paesi dotati di meno risorse continuino a farsi carico della maggior parte delle responsabilità sia rispetto alle nuove situazioni che coinvolgono rifugiati sia a quelle che si protraggono da tempo. Allo stesso tempo, rileviamo buone indicazioni in relazione ai progressi compiuti da Stati, settore privato, società civile e banche di sviluppo nel contribuire a tentare di colmare il divario».

L’assistenza per lo sviluppo

L’UNHCR sottolinea in particolare: dal 2016 è aumentata l’assistenza bilaterale allo sviluppo destinata ai Paesi a basso reddito che accolgono rifugiati, anche se i finanziamenti per le attività di risposta alle “crisi rifugiati” e per lo sviluppo sono ancora insufficienti. «Le banche di sviluppo stanno inoltre facendo di più per rispondere alle crisi tramite l’erogazione di almeno 2,33 miliardi di dollari. Il numero di situazioni che vedono coinvolti rifugiati sostenute dalla Banca mondiale, per esempio, è aumentato da due a 19».

Cliccare per ingrandire: l’accesso dei rifugiati alle “soluzioni durevoli” (2010-2021, fonte UNHCR).

Scuola & lavoro

Ancora, secondo il rapporto si può stimare che oggi tre quarti dei rifugiati possono lavorare legalmente nei loro Paesi di accoglienza, anche se si sa poco su come questa chance si traduca nella realtà. È «una questione di fondamentale importanza, dato che due terzi dei rifugiati vivrebbero in condizioni di povertà e la loro difficile situazione non ha fatto che aggravarsi per effetto della pandemia».

È cresciuta l’inclusione nei sistemi d’istruzione nazionali. Sulla carta, i bambini rifugiati possono accedere all’istruzione primaria alle medesime condizioni dei cittadini in tre quarti dei Paesi di accoglienza, e i ragazzi rifugiati a quella secondaria in due terzi di questi Paesi. Ma resistono vecchie barriere, dal momento che quasi la metà di tutti gli studenti rifugiati di fatto non va a scuola.

Emergenza soluzioni durevoli

Fra il 2016 e il 2021, inoltre, il numero di rifugiati che nel mondo hanno potuto usufruire delle “soluzioni durevoli” (rimpatrio, reinsediamento, naturalizzazione), pari a 2,8 milioni, ha superato del 19% quello registrato nei cinque anni precedenti: 435 mila persone in più. Ma l’incancrenirsi di guerre e conflitti continua a impedire alla maggior parte dei rifugiati di fare ritorno alle loro terre d’origine. Nel 2020 è potuto tornare a casa solo l’1%, rispetto al 3% del 2016. E anche «il divario tra esigenze di reinsediamento e posti disponibili si è allargato».

«Questo rapporto giunge in un momento importante – scrive l’Alto commissario ONU per i rifugiati Filippo Grandi nella premessa -. In un mondo in cui lo sradicamento forzato ha continuato a crescere, in cui le soluzioni durevoli scarseggiano e l’impatto della pandemia di COVID-19 si fa sentire duramente nei Paesi che ospitano le popolazioni più estese di rifugiati, il messaggio che viene dai dati è chiaro. Se molto è stato fatto, bisogna intensificare la condivisione delle responsabilità per vincere le sfide che stiamo affrontando, sia oggi che negli anni a venire. Non ultima, la maniera in cui ci prepariamo per l’impatto di medio e lungo termine della pandemia».

Global compact sui rifugiati, l’identikit

ll Global compact (Patto globale) sui rifugiati  è «un quadro comune per una condivisione delle responsabilità più prevedibile ed equa», nel riconoscimento del fatto che una soluzione sostenibile alle situazioni dei rifugiati non può essere raggiunta senza la cooperazione internazionale. Il Compact

  • fornisce un modello per I governi, le organizzazioni internazionali e le altre parti interessate per garantire che le comunità ospitanti ottengano il sostegno di cui hanno bisogno e che i rifugiati possano condurre una vita attiva;
  • «costituisce un’opportunità unica per trasformare il modo in cui il mondo da risposta alla situazione dei rifugiati, a beneficio sia dei rifugiati che delle comunità che li ospitano»;
  • poggia su quattro obiettivi chiave: 1. allentare la pressione sui Paesi ospitanti; 2. rafforzare l’autosufficienza dei rifugiati; 3. ampliare l’accesso a soluzioni in Paesi terzi;  4. migliorare le situazioni nei Paesi d’origine per facilitare i rimpatri in sicurezza e dignità.

Fonte UNHCR 2021. (v. anche qui).

 

Leggi anche su Vie di fuga

Il “dossier” Global compact

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