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Fino a 1.600 persone nei “centri rimpatri” del piano immigrazione del governo

Il ministro dell’Interno Minniti ha presentato ieri alla Camera e alla Conferenza delle Regioni il piano immigrazione del Governo Gentiloni. Ancora una volta per i dettagli bisogna attendere. Ma intanto, alcune note e approfondimenti consentono una lettura critica del progetto.

Ancora una volta i dettagli si fanno aspettare. Ma dopo le prime anticipazioni di queste settimane, ieri il ministro dell’Interno Marco Minniti ha finalmente presentato le linee generali del “piano immigazione” del Governo Gentiloni alla Camera, in sede di question time, e in Conferenza delle Regioni.

Come premessa, ha esordito Minniti, c’è «la chiara necessità di promuovere politiche interne che tengano insieme… la severità nei confronti di chi non ha titolo a rimanere nel territorio nazionale (e) l’integrazione in favore di chi vi soggiorna regolarmente».

Al centro del “piano” c’è il «rafforzamento delle politiche di rimpatrio» nei confronti dell’immigrazione “irregolare”. «È un percorso che non può prescindere tuttavia da un’attività di carattere internazionale che abbia come obiettivo la conclusione di accordi e protocolli operativi in tema di riammissioni e lotta alla tratta degli esseri umani con i Paesi di origine e di transito dei flussi migratori. Su questo versante stiamo attivamente lavorando. Io personalmente sono stato in Tunisia e in Libia…».

Ancora il ministro: «È intenzione del Governo sviluppare… un’attività organica che affronti quindi il tema dei flussi, il tema dei rimpatri, il tema della definizione di un modello di accoglienza diffusa. Un progetto complessivo, dunque. In tale contesto si colloca la circolare con cui il capo della Polizia ha fornito puntuali indicazioni per l’attivazione di piani straordinari di controllo del territorio, volti al contrasto proprio dell’immigrazione irregolare, oltre che dello sfruttamento della manodopera e delle forme di criminalità che attingono al circuito della clandestinità».

Infine, ha detto Minniti, «nella medesima direzione, stiamo lavorando a un sistema di centri per i rimpatri, imperniato sulla creazione di una rete di strutture di piccole dimensioni, razionalmente distribuite sul territorio nazionale e aventi una capienza non superiore nel complesso a 1.600 posti. Aspetti qualificanti di questi centri saranno una governance trasparente ed efficace, il rafforzamento del controllo attraverso un ruolo diretto del Garante dei diritti delle persone private della libertà e attraverso un coinvolgimento pieno delle Regioni».

Fin qui il ministro durante il question time alla Camera. Durante l’incontro con le Regioni è emerso che le dimensioni dei “nuovi” centri per i rimpatri (18, uno per regione tranne la Valle d’Aosta e l’Abruzzo) potrebbero arrivare fino a 80-100 posti ciascuno.

In attesa di un quadro esasutivo del “piano immigrazione”, è possibile orientarsi criticamente su alcuni aspetti di questo progetto attraverso alcune note e approfondimenti, recenti o meno recenti. Li proponiamo qui di seguito.

Nuovi CIE, rimpatri e circolare del 30 dicembre, le preoccupazioni (ASGI, gennaio 2017)

Lavori socialmente utili per i richiedenti asilo? “Tanti li fanno già. Ma non possono essere obbligatori” (Fondazione Migrantes, gennaio 2017)

Nuovi CIE: il “no condizionato” di mons. Galantino, segretario generale CEI, alla “Giornata mondiale del migrante e del rifugiato” (gennaio 2016)

Verso un memorandum con Tripoli (ministero dell’Interno, gennaio 2017)

Il memorandum Italia-Sudan (ASGI 2016) e il rimpatrio di 48 sudanesi ad agosto 2016 (Vie di fuga 2016)

Trattati e accordi, buon vicinato e cattiva trasparenza (Vie di fuga 2013)

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