A Trieste il sistema di accoglienza è di nuovo in tilt. Durante l’estate, oltre 180 persone in cerca d’asilo – comprese famiglie con bimbi piccoli e donne da sole – si sono ritrovate a dormire all’aperto, senza sapere per quanto, in attesa di un posto e dell’aiuto che, per legge, dovrebbero ricevere.
Secondo le associazioni e i volontari che cercano di tappare i buchi lasciati dallo Stato, il problema non è nuovo. Ma da qualche mese la situazione è peggiorata (oltre modo prevedibile, visto che l’estate è il periodo di maggior transito lungo la rotta balcanica).
I dati raccontano bene il caos. Il 28 luglio c’erano ancora almeno 95 persone (tra cui famiglie e persone fragili) in attesa di accoglienza. Due giorni dopo, erano saliti a 124, tutti costretti a stare per strada. A inizio agosto, il conto è salito ancora: 173 uomini, 2 donne sole e 4 famiglie con bambini erano ancora senza un tetto. I più si accampano nei magazzini abbandonati del Porto vecchio o sotto i portici della vecchia stazione, senza bagni, docce o servizi a disposizione ma non mancano altri accampamenti in altre zone della città.
“La Prefettura di Trieste – denunciano le associazioni – non ha ancora predisposto alcuna misura alternativa, anche temporanea. Anno dopo anno si conferma l’assenza di una programmazione strutturata che possa garantire un’accoglienza dignitosa”. E non è una facoltà, è un obbligo. Lo ha messo nero su bianco la Corte europea di giustizia, con una sentenza depositata l’1 agosto. “Gli Stati membri sono tenuti a fornire ai richiedenti protezione internazionale condizioni materiali di accoglienza che garantiscano un tenore di vita adeguato, dando alloggio, sostegno economico, buoni o una combinazione di tali forme”, si legge nella sentenza. Persino in caso di picchi negli arrivi, non vengono ammesse deroghe, modulazioni o interpretazioni nazionali.
“Uno Stato membro che si astenga dal fornire tali condizioni materiali ad un richiedente privo di mezzi sufficienti, anche solo temporaneamente – spiegano i giudici – eccede manifestamente e gravemente il margine di discrezionalità di cui dispone in relazione all’applicazione della direttiva. Tale astensione è quindi idonea a costituire una violazione sufficientemente qualificata del diritto dell’Unione, da far sorgere la responsabilità dello Stato membro interessato”. L’Italia (e il suo governo), già in passato sanzionata per trattamenti inumani e degradanti inflitti a migranti e richiedenti asilo dentro e fuori i centri di accoglienza non può e non deve fare orecchie da mercanti.















No comment yet, add your voice below!