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La scuola del Naga Har di Milano: un contenitore ricco di storia e di storie

Nel cuore di Milano, l’esperienza della scuola di italiano del Centro Naga Har si configura come molto più di un semplice corso di lingua: è uno spazio di relazione, accoglienza e quotidiana ricostruzione di sé.

A raccontarlo è Silvia Rossi, volontaria, che descrive un progetto educativo pensato specificamente per persone provenienti dal mondo dell’asilo, tra richiedenti e rifugiati, in una città dove l’offerta formativa è già ampia ma non sempre mirata a bisogni così particolari.

Le lezioni si svolgono tre pomeriggi a settimana e si distinguono per un approccio lontano dalla didattica tradizionale. Qui la lingua non è un insieme di regole astratte, ma uno strumento vivo, da usare subito. L’obiettivo non è padroneggiare strutture grammaticali complesse, bensì acquisire competenze essenziali per orientarsi nella vita quotidiana: comprendere il tempo, esprimere bisogni, raccontare emozioni. In questo contesto, anche concetti apparentemente semplici — come distinguere tra passato, presente e futuro — diventano conquiste fondamentali, mentre parole comuni si aprono a significati più profondi e sfumati.

La scuola si fonda su due principi chiave: gradualità e flessibilità. Gli studenti e le studentesse, spesso segnati da percorsi di vita instabili, entrano ed escono dal corso in base alle opportunità e alle difficoltà che incontrano: un lavoro trovato improvvisamente, un trasferimento, un cambiamento di città. Per questo, le classi restano aperte e accoglienti, capaci di adattarsi continuamente. Le lezioni privilegiano la partecipazione attiva, incoraggiando a parlare senza paura di sbagliare, in un ambiente dove l’errore diventa parte del processo di apprendimento.

La “fotografia” delle classi restituisce una realtà dinamica e in evoluzione. Accanto a una presenza costante di persone provenienti dall’Africa subsahariana, negli anni si è ampliata la componente femminile e si sono aggiunti nuovi Paesi di origine, come il Perù, El Salvador e lo Sri Lanka. Le età sono varie, così come le storie, ma ciò che accomuna tutti è il bisogno di uno spazio sicuro, una parentesi di normalità in vite spesso segnate da precarietà abitativa, incertezze lavorative e complessità burocratiche.

In aula, però, queste preoccupazioni restano sullo sfondo. Le domande che emergono sono concrete, legate alla comunicazione quotidiana: come parlare con un medico, con un datore di lavoro, con gli insegnanti dei figli. La scuola diventa così un luogo di respiro, dove per qualche ora è possibile concentrarsi su sé stessi e sul presente.

Sono soprattutto le relazioni umane a dare senso a questa esperienza. Silvia ricorda, ad esempio, uno studente nigeriano con una storia difficile, che viveva e lavorava in condizioni precarie pppure racconta di una studentessa vittima di tratta, accolta con grande attenzione e flessibilità: silenziosa, spesso assente o in ritardo, ma capace, a poco a poco, di aprirsi. 

Le soddisfazioni, dunque, non si misurano nei programmi completati o nei livelli linguistici raggiunti. Il vero risultato è la qualità delle relazioni che si costruiscono e il clima che si crea: un ambiente in cui chi insegna e chi apprende si incontrano su un piano profondamente umano.

La scuola del Centro Naga Har si rivela così per quello che è: un’oasi di incontro autentico, dove la lingua diventa il mezzo per restituire dignità, fiducia e possibilità.

Articolo nato dall’intervista a Silvia Rossi, volontaria della scuola di italiano del Centro Naga Har reperibile al link https://naga.it/2026/02/11/scuola-come-accoglienza/

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