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Giornata mondiale 2020: in ascolto di Eric e Sarah

I due sfollati, una irachena della minoranza yazide e l’altro venezuelano, sono i protagonisti degli ultimi video pubblicati dalla Sezione Migranti e rifugiati in preparazione alla Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del prossimo 27 settembre.

“Ci sono diversi fattori che mi hanno reso una persona sfollata: la carenza di acqua potabile, gas domestico, l’insicurezza. Essendo il mio uno stato di frontiera, ci sono molti problemi di guerriglia, delinquenza, criminalità organizzata, sequestri. La famiglia con la quale attualmente vivo, a parte condividere un tetto e darmi un posto dove stare, ha condiviso con me il cibo ed è grazie a un loro contatto che attualmente sto lavorando. Loro sono stati come una seconda famiglia per me e mi hanno aiutato molto.  Mi hanno aiutato a crescere…”.

Eric Estrada Buenaño, 38 anni, venezuelano, sfollato nato nello stato di Táchira, è con papa Francesco il protagonista e il testimone del quarto video pubblicato dalla Sezione Migranti e rifugiati del Vaticano in preparazione alla 106a Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (GMMR) del prossimo 27 settembre. Il sottotema questa volta è Condividere per crescere. Papa Francesco vi afferma:

“Dio non ha voluto che le risorse di questo mondo fossero a vantaggio solo di alcuni. No, non l’ha voluto, il Signore. Dobbiamo imparare a condividere per crescere insieme, senza lasciare fuori nessuno”.

Questa quarta “puntata” dell’itinerario proposto dalla Sezione Migranti e rifugiati (video con testi e altri materiali multimedia) è stata preceduta da un video con il titolo Ascoltare per riconciliarsi, preceduto a sua volta da Conoscere per comprendere e Farsi prossimi per servire

In Ascoltare per riconciliarsi, a parlare è Sarah Hassan del villaggio di Dogorî (Sinjar, Irak nordoccidentale), sfollata nel Kurdistan irakeno.

” Sono diventata una sfollata interna per tante ragioni – racconta Sarah -. Un motivo è che la mia zona, Sinjar, è un distretto strategico lungo il confine. Il secondo motivo ha a che vedere con la religione: siamo una minoranza religiosa e vivevamo in una zona contesa”.

E ancora:

“È molto importante ascoltarci gli uni con gli altri come comunità, soprattutto noi Yazidi, perché quando siamo scappati e siamo arrivati in Kurdistan, i musulmani ci hanno aperto le loro moschee e i cristiani hanno fatto lo stesso, hanno spalancato le porte delle loro chiese. Questo ci ha aiutato a essere meno spaventati. Vogliamo che si sappia di noi e che si ascoltino le nostre storie, così che possiamo costruire una comunità migliore…”.

Collegamento

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by Mauro Biani – Repubblica
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